Lizzie Borden e il caso che nacque un’ossessione per il true crime

Lizzie Borden, la storia vera dietro il true crime che anticipò il fenomeno moderno.

Una donna in una casa vittoriana, con un'ascia, in un momento di tensione familiare
Una donna in una casa vittoriana, con un’ascia, in un momento di tensione familiare

Lizzie Borden, una giovane donna di trentadue anni, cambiò per sempre il modo in cui la società americana consuma le storie di morte. Il 4 agosto 1892, in una casa vittoriana di Fall River, Massachusetts, impugnò un’ascia e uccise suo padre e la sua moglie. L’omicidio, brutale e senza motivi evidenti, scatenò un processo che diventò il primo caso mediatico della storia americana. La sua storia, oggi raccontata da Netflix nella serie Monster, anticipò il fenomeno del true crime, che oggi è una delle ossessioni culturali del nostro tempo.

Un’ossessione che nacque da un delitto

Il caso di Lizzie Borden fu il primo vero processo mediatico della storia americana. La stampa di massa, allora in espansione, dedicò pagine intere agli sviluppi del caso, mentre le udienze venivano trasmesse via radio e discusse nei salotti e nei bar di tutta la nazione. Fu il momento in cui cronaca nera e intrattenimento si fusero definitivamente. L’assoluzione di Lizzie, dopo un’ora di deliberazione, scosse l’opinione pubblica, ma non la turbò. La sua vita proseguì, sebbene in una città che non la dimenticò mai.

La famiglia Borden era segnata da tensioni interne e privazioni.

La famiglia Borden era segnata da tensioni interne. Andrew Borden, padre di Lizzie, era uno degli uomini più ricchi della zona, ma la sua ricchezza non si traduceva in comfort per la famiglia. Lizzie e sua sorella Emma vivevano in una piccola dependance priva di bagno e acqua corrente, rassegnate all’idea di rimanere zitelle sotto il tetto paterno. La madre era morta quando erano bambine, e il padre si era risposato con Abby Durfee Gray, una donna che le figlie non avevano mai accettato. L’acredine familiare crebbe anno dopo anno, alimentata dalle piccole crudeltà quotidiane e dall’avarizia del patriarca.

Un processo che diventò un fenomeno nazionale

Il processo a Lizzie Borden coincise con l’esplosione della stampa di massa in America. I giornali dedicarono pagine intere agli sviluppi del caso, le udienze venivano trasmesse via radio, e il caso fu oggetto di dibattiti in tutta la nazione. Fu il primo vero processo mediatico della storia americana, il momento in cui cronaca nera e intrattenimento si fusero definitivamente. A Lizzie venne persino dedicata una filastrocca per bambini che recitava: “Lizzie Borden took an axe, gave her mother forty whacks, when she saw what she had done, gave her father forty-one”, dimostrando la viralità della tragedia.

L’assoluzione di Lizzie fu un evento che scosse l’opinione pubblica.

L’avvocato difensore costruì la sua strategia su un argomento che oggi appare grottesco ma che all’epoca risultò vincente: una donna così minuta, di buona famiglia e religiosamente devota non poteva fisicamente compiere un crimine così brutale. La giuria, composta interamente da uomini, fu d’accordo. Il 20 giugno 1893, dopo appena un’ora di deliberazione, Lizzie Borden fu dichiarata non colpevole. L’assoluzione scioccò molti, ma Lizzie non sembrò turbata. Grazie alla lauta eredità paterna, acquistò una casa più grande sempre a Fall River e vi si trasferì con la sorella Emma.

La storia di Lizzie Borden non morì con lei. La casa dove avvennero i delitti è oggi un museo e un bed & breakfast macabro, dove turisti morbosi dormono nelle stanze del crimine e partecipano a ricostruzioni teatrali dell’omicidio. Il caso ha ispirato decine di film, serie tv, spettacoli teatrali e canzoni. Ora Netflix torna su questa storia con il quarto capitolo della serie antologica Monster, dopo aver dedicato le stagioni precedenti a Jeffrey Dahmer, ai fratelli Menendez e a Ed Gein.