Simone Venturini: «La moschea non è compatibile con la città. L’integrazione non è ancora arrivata»
Il sindaco di Venezia Simone Venturini respinge il progetto di moschea a Mestre, sottolineando la mancanza di integrazione e il rispetto delle regole.

Il sindaco di Venezia Simone Venturini ha espresso un netto “no” al progetto di costruzione di una moschea a Mestre, sottolineando la mancanza di integrazione e il rispetto delle regole da parte della comunità bengalese. La questione, al centro della campagna elettorale di maggio, si ripresenta con tensioni crescenti, dopo che i bengalesi hanno minacciato di bloccare Fincantieri, dove lavorano migliaia di persone. Venturini ha chiarito che non c’è alcun via libera per il progetto, che ritiene incompatibile con la città e non conforme alle normative urbanistiche.
«Un’altra cosa invece è accampare diritti e pretendere ciò che, per una serie di motivi, non si può avere», ha detto Venturini, sottolineando che la comunità bengalese ha ricevuto una disponibilità di massima per la moschea anche dall’ex sindaco Luigi Brugnaro. Tuttavia, il progetto non è mai stato approvato e non ha mai avuto alcun via libera. «Chiunque può presentare un progetto, ma non è automatico che lo si conceda», ha spiegato, ricordando che l’iter per approvare una variante urbanistica è rigoroso e richiede valutazioni tecniche e urbanistiche.
Integrazione e rispetto delle regole
Venturini ha anche sottolineato la mancanza di integrazione da parte della comunità bengalese, che non rispetta le regole di convivenza. «Il rispetto delle regole di convivenza è fondamentale», ha detto, citando come esempio la gestione dei rifiuti, la gestione dei negozi e il rispetto delle norme di decoro e igiene. Le donne bengalesi, salvo rari casi, non sono integrate nella vita della città, ha aggiunto, evidenziando problemi di insegnamento linguistico, educazione sanitaria e accesso al lavoro.
«Non c’è alcun pregiudizio, la porta del mio ufficio è sempre aperta, ma mi pare il minimo che da parte loro debba venire una disponibilità ad aprirsi e integrarsi», ha concluso Venturini, sottolineando che la sua posizione non è cambiata rispetto a quanto detto in campagna elettorale. «Non c’è bisogno di grandi moschee e qualsiasi altra discussione su eventuali centri di culto più piccoli e più compatibili con la città devono essere precedentemente inquadrati in un discorso legato all’integrazione della comunità stessa che oggi non vedo essere sufficientemente avanzato in termini di rispetto degli usi dei costumi e delle regole».
Un problema di metodo e di rappresentatività
Venturini ha anche criticato la mancanza di chiarezza e di rappresentatività nella comunità bengalese. «Non si sa chi sia il referente della comunità bengalese, con chi parliamo?», ha chiesto, sottolineando che l’amministrazione non può farsi condizionare da imposizioni o pretese. Non si può farsi influenzare nelle scelte da certe dichiarazioni, ha aggiunto, ribadendo che la sua amministrazione non ha mai parlato di moschea, ma ha sempre sostenuto la coesistenza di luoghi di culto piccoli e diffusi. «La comunità bengalese è la maggioranza per numero, religione e provenienza, spesso da villaggi poveri e sperduti», ha spiegato Venturini, riconoscendo la visibilità della comunità, ma anche la sua particolarità. «Assorbe una buona parte del welfare pubblico, ma le rimesse verso il loro Paese sono alte», ha aggiunto, sottolineando che la situazione richiede disponibilità all’integrazione, ma non pretese.
