L’intelligenza artificiale non è necessariamente il nostro nemico
L’intelligenza artificiale non è necessariamente il nostro nemico: un dibattito che coinvolge esperti e cittadini.
La domanda, un tempo confinata alla fantascienza, oggi attraversa con insistenza il dibattito pubblico. Non soltanto per voce dei suoi detrattori, ma anche dagli stessi laboratori nei quali si costruisce il futuro dell’IA. Da qui la necessità di distinguere ciò che è un rischio concreto e ciò che appartiene al territorio delle profezie. A riaccendere l’attenzione è stato Jacob Coxon, ricercatore di Anthropic, già attivo in OpenAI, che ha lasciato l’azienda denunciando la corsa verso sistemi sempre più autonomi e capaci di auto-migliorarsi.
Un rischio concreto, ma non una certezza
Una previsione, per quanto autorevole sia chi la formula, non diventa per questo una certezza. Coxon ha riferito che alcuni sviluppatori ritengono possibile che l’IA possa arrivare a uccidere l’intera umanità entro la fine del decennio. Una dichiarazione estrema ma pur sempre una previsione. Pochi giorni dopo, Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, ha chiesto di rallentare lo sviluppo dei modelli più avanzati. Non di fermarlo, ma di accompagnarlo con maggiori garanzie di sicurezza e valutazioni indipendenti.
La tecnologia modifica la società, non necessariamente distrugge l’uomo. Sam Altman ha manifestato apertura alla necessità di dare un ritmo allo sviluppo, mentre Elon Musk ha sostenuto la posizione di Amodei. Una cautela motivata da problemi che sono già concreti: sicurezza informatica, uso improprio dei sistemi, impatto sul lavoro, concentrazione del potere tecnologico, autonomia crescente degli agenti artificiali. L’International AI Safety Report 2026, elaborato con il contributo di oltre cento esperti internazionali, distingue però tra rischi già osservabili e scenari futuri ancora caratterizzati da una forte incertezza.
La trasformazione è già qui, non solo nel futuro
Immagini che la fantascienza coltiva da decenni e che oggi, amplificate dalla velocità della comunicazione, possono transitare quasi senza soluzione di continuità dalla fiction alla cronaca. Intanto, però, il futuro meno cinematografico è già qui. L’IA entra nelle nostre abitudini, nei servizi, nel lavoro e perfino negli acquisti. Al Mastercard Innovation Forum si è parlato di “agentic commerce”: sistemi capaci di cercare e confrontare prodotti e, entro determinate regole, arrivare a concludere acquisti e pagamenti.
Secondo una ricerca commissionata dalla stessa Mastercard, nove italiani su dieci avrebbero utilizzato strumenti di IA negli ultimi sei mesi e il 70% li avrebbe impiegati anche per gli acquisti. Sono dati da leggere con cautela, ma raccontano una trasformazione già in corso. Ed è a questo punto che la domanda cambia. Non più soltanto: se un giorno la macchina decidesse di distruggerci ma quanto siamo disposti a delegarle, già oggi, parte delle nostre scelte. Perché una tecnologia non ha bisogno di ribellarsi per modificare una società. Può bastare affidarle, poco alla volta, una parte delle nostre decisioni: cosa comprare, cosa leggere, quale informazione ritenere attendibile, quale candidato selezionare, quali contenuti mostrare a milioni di persone. È una questione meno spettacolare dell’Armageddon digitale, ma molto più vicina alla nostra quotidianità.
Il punto non è ciò che la macchina sarà capace di fare, ma ciò che l’uomo sceglierà di continuare a fare. E proprio qui il discorso torna all’uomo: il punto non è soltanto ciò che una macchina sarà capace di fare, è ciò che l’uomo sceglierà di continuare a fare. Pensare, dubitare, scegliere, assumersi la responsabilità delle proprie decisioni: in questa prospettiva acquista particolare interesse la riflessione di Vittorio Gallese, neuroscienziato tra gli scopritori dei neuroni specchio e autore de Il sé digitale.
