Gen Z non fida l’AI per decisioni di acquisto, preferisce interlocutori umani
Solo 1 su 4 studenti si fida dei consigli dell’AI durante lo shopping online, preferendo interazioni umane.
La Gen Z, la generazione nativa digitale, mostra una fiducia limitata nei confronti dei consigli dell’intelligenza artificiale durante lo shopping online. Secondo un’indagine condotta da FiloBlu Lens e NABA, solo il 26% degli studenti considera accurate le raccomandazioni di prodotto dell’AI, mentre il 72% preferisce parlare con una persona reale. Questi dati emergono da un’osservazione su oltre 300 studenti tra i 18 e i 26 anni, italiani e internazionali, che hanno partecipato a una ricerca sull’uso dell’AI nella comunicazione e nell’esperienza d’acquisto.
La fiducia condizionata e la strategia “trust, but verify”
La Gen Z non rifiuta la tecnologia, ma la utilizza con una strategia di fiducia condizionata. «Il panel di studenti intervistati sembra applicare la strategia “trust, but verify”», dichiara Marco Vergani, CEO di FiloBlu. La generazione si riconosce il potenziale dell’AI come acceleratore nella fase di scoperta, utile per confrontare alternative, raccogliere informazioni e trovare ispirazioni. Tuttavia, non le affida la decisione finale, che resta sempre soggetta a verifica e spesso incrociata con le esperienze di altri utenti, le community e il giudizio personale. La fiducia si costruisce solo quando il valore è chiaro e la relazione è verificabile. L’AI può rendere l’esperienza più semplice, veloce e personalizzata, ma non può sostituire ciò che costruisce fiducia: la capacità di comprendere le persone, interpretarne i bisogni e offrire risposte realmente pertinenti.
Diffidenza verso la biometria e la personalizzazione invasiva
Un altro aspetto chiave emerso è la diffidenza verso l’uso della biometria nell’ambito dello shopping. Il 77% degli studenti esprime disagio verso l’AI per scansionare volto o corpo, ad esempio nei camerini virtuali o nei sistemi di body scanning per l’e-commerce; il 57% esprime il massimo livello di reticenza. La resistenza non riguarda la tecnologia in sé, ma le condizioni in cui viene utilizzata. Gli studenti si dicono disposti a condividere dati biometrici laddove percepiscono un beneficio concreto, come una vestibilità più precisa o una personalizzazione della skincare, e quando il brand che propone il servizio è considerato affidabile.
La biometria viene accettata solo quando il valore restituito è chiaro e la fiducia è già stata costruita. L’intelligenza artificiale può rendere l’esperienza più semplice, veloce e personalizzata, ma non può sostituire ciò che costruisce fiducia: la capacità di comprendere le persone, interpretarne i bisogni e offrire risposte realmente pertinenti.
Lo stesso principio di fiducia condizionata emerge anche quando si parla di comunicazione di brand. Il 56% degli studenti (percentuale che sale al 66% tra gli studenti internazionali) associa l’uso dell’AI nella comunicazione aziendale a una perdita di prestigio del marchio. Il 72% considera la comunicazione generata dall’AI intrinsecamente artificiale e priva di calore, e il 68% giudica inappropriato l’uso dell’AI in campagne costruite sul valore dell’autenticità. Anche qui, il giudizio non è un rifiuto della tecnologia, ma una richiesta di intenzionalità: per l’84% degli studenti l’artigianalità e il lavoro umano restano requisiti insostituibili per il valore reale di un brand.
«L’ingresso dell’intelligenza artificiale nella formazione artistica pone una questione più interessante di quella, ormai piuttosto sterile, se sia opportuno utilizzarla oppure no», afferma Guido Tattoni, Direttore di NABA. «L’AI è già parte dell’ambiente nel quale gli studenti e le studentesse dell’Accademia studiano, progettano, comunicano e produrranno il proprio lavoro. Il compito della formazione è quindi un altro: aiutare le persone a rendersi capaci di comprenderla, interrogarla e decidere consapevolmente quale ruolo assegnarle nei processi creativi.»
