La Cassazione conferma le condanne per i familiari di Saman Abbas
La Cassazione conferma le condanne per i familiari di Saman Abbas, uccisa per la sua libertà. La giustizia ha chiuso un caso drammatico.

Saman Abbas, una ragazza pachistana di 18 anni, è stata uccisa per la sua volontà di vivere in modo autonomo. La Cassazione ha confermato le condanne per i familiari che hanno organizzato l’omicidio premeditato. La sentenza ha stabilito che il clan non sopportava la sua indipendenza. La premier Giorgia Meloni ha commentato la decisione dicendo che la giustizia è fatta e che in Italia non c’è spazio per chi nega la libertà e la dignità di una donna. La ragazza è stata strangolata e sepolta poco distante dalla casa, il corpo è stato ritrovato un anno e mezzo dopo.
Un omicidio premeditato per la libertà della ragazza
La sentenza della Cassazione ha confermato le condanne per i genitori, lo zio e i cugini di Saman Abbas, accusati di concorso in omicidio volontario e occultamento di cadavere. I giudici hanno accolto le richieste della Procura Generale, che ha sottolineato come l’omicidio fosse un atto deliberato per sanzionare il disonore della ragazza. Secondo i giudici, il delitto è stato organizzato nei minimi dettagli e premeditato, con l’obiettivo di impartire una lezione alla giovane per il suo desiderio di vivere in modo autonomo.
La volontà degli imputati era quella di impartirle una lezione, poiché, a loro dire, la ragazza non poteva decidere della sua vita. La Procura Generale ha sottolineato che l’omicidio, pur avendo radici culturali, è stato un atto di violenza estrema e sproporzionato, scelto come unico strumento per ’emendare una presunta colpa’ (la volontà di libertà della ragazza), che realizza la natura turpe e ignobile del movente.
La partecipazione del clan e l’occultamento del corpo
La Corte d’Assise d’Appello di Bologna ha stabilito che l’omicidio è stato compiuto materialmente da lo zio e i cugini, mentre i genitori hanno avuto un ruolo attivo, sia morale che operativo. I giudici hanno rilevato che l’occultamento del corpo era parte del piano per garantire l’impunità. Anche la pianificazione della fuga in Pakistan è stata considerata un elemento rilevante, poiché dimostra che i responsabili volevano evitare l’intervento delle autorità.
Il corpo della ragazza è stato ritrovato un anno e mezzo dopo, dopo che era stato sepolto poco distante dalla casa. La Procura Generale ha sottolineato che l’omicidio non è stato un atto d’impeto, bensì una decisione deliberata dall’intero nucleo per sanzionare il disonore arrecato dalla ragazza. La famiglia ha cercato di occultare il corpo, ma il destino della ragazza è emerso e i responsabili sono stati condannati in via definitiva.
La vicenda ha avuto un impatto profondo sulla famiglia e sulla società. Il fratello di Saman, Ali Haider, è considerato una seconda vittima, poiché la sua vita è stata distrutta. Il legale di parte civile, Valeria Miari, ha spiegato che la sua vita non si riprenderà mai del tutto. L’avvocata Barbara Iannuccelli, che ha assistito il ragazzo pachistano con cui Saman aveva una relazione sentimentale, ha espresso soddisfazione per la sentenza, sottolineando l’importanza del diritto alla vita per una ragazza che voleva vivere normalmente.
La sentenza della Cassazione ha messo fine a un processo che ha svelato una violenza estrema e premeditata, motivata da una visione tradizionale del ruolo delle donne. La giustizia ha confermato che il destino della ragazza è stato deciso da chi aveva il potere, ma la verità è emersa e i responsabili sono stati condannati in via definitiva.
