L’AI genera disinformazione, ma la responsabilità resta umana
L’AI può produrre disinformazione, ma la responsabilità deve rimanere umana. OpenAI e Anthropic si confrontano con i rischi della tecnologia.
La tecnologia corre più veloce della capacità di governarla
L’evoluzione dell’intelligenza artificiale ha reso possibile la produzione e la diffusione di contenuti in modo automatico, spesso indistinguibili da quelli umani. Tuttavia, questa velocità di innovazione ha creato un vuoto di controllo, con conseguenze potenzialmente gravi. OpenAI ha recentemente smantellato due operazioni di disinformazione condotte da attori russi e iraniani, che hanno utilizzato ChatGPT per diffondere contenuti dannosi sull’Ucraina e sugli Stati Uniti. Queste operazioni, denominate “Dark Clark” e “Bogus Bylines”, hanno raggiunto un elevato indice di viralità, con il secondo caso che ha ottenuto un punteggio di 5 su 6, il più alto mai registrato da OpenAI. I contenuti di “Bogus Bylines” sono stati ripresi da testate giornalistiche affermate, dimostrando come la disinformazione automatizzata possa infiltrarsi nei canali tradizionali.
La responsabilità deve restare umana
Nonostante l’AI possa essere uno strumento potente per raccogliere dati, verificare fonti e velocizzare il lavoro, la sua capacità di essere dirottata per scopi manipolatori non può essere ignorata. Anthropic ha aggiornato le condizioni d’uso di Claude, vietando di maltrattare i chatbot, un provvedimento che riflette anni di dibattito sulla coscienza delle macchine. Tuttavia, mentre le aziende si preoccupano del benessere dei modelli, questi vengono utilizzati per influenzare la realtà. Il giornalismo, come ultima difesa contro la disinformazione, deve preservare il controllo umano. Chi comunica la notizia deve rimanere un passo indietro rispetto all’utilizzo della tecnologia, ma non un passo fuori: deve essere presente nel momento in cui il contenuto diventa pubblico, assicurandosi che la veridicità non venga compromessa e che la manipolazione non si insinui nei testi.
Un momento di scelta cruciale per il giornalismo
La filiera dell’informazione, dalla scrittura alla pubblicazione, può essere gestita da macchine, ma non deve essere completamente delegata. L’AI non ha interessi propri né coscienza, e per questo è facilmente dirottabile verso scopi manipolatori. Un singolo individuo, con le risorse giuste, può oggi costruire una narrativa, produrla in migliaia di varianti e pubblicarla attraverso canali apparentemente legittimi, a un costo marginale vicino allo zero. Questo crea un rischio enorme: contenuti formalmente inattaccabili, che passano i filtri editoriali e vengono condivisi in modo virale. Il giornalismo, quindi, deve preservare il suo ruolo di presidio, anche se questo significa lento e umano. Presidiare è l’unica azione che può dare ancora un senso al giornalismo, in un momento in cui la tecnologia corre più veloce della capacità di governarla.
Un paradosso del nostro tempo
Le aziende che sviluppano sistemi di AI, capaci di produrre disinformazione su larga scala, si interrogano sulla coscienza delle macchine. Tuttavia, mentre si preoccupano del benessere dei modelli, questi vengono utilizzati per manipolare la realtà. Non è una contraddizione, ma la fotografia esatta del momento in cui viviamo. Il giornalismo, con i suoi valori di verità e responsabilità, deve rimanere al centro di questa discussione. Non si tratta di libertà dell’informazione, che non è mai stata garantita da nessuna tecnologia, ma di un controllo umano che non possa essere delegato. La responsabilità deve restare umana, e il giornalismo deve essere presente nel momento in cui il contenuto diventa pubblico. Solo così si può preservare l’integrità dell’informazione in un mondo sempre più automatizzato.
