Collare elettrico per addestramento: denunciato in Friuli-Venezia Giulia per maltrattamento

Un uomo denunciato per uso di collare elettrico su cane a Tolmezzo, in Friuli-Venezia Giulia. La legge italiana pone limiti all’uso di dispositivi avversivi.

Un caso di maltrattamento che ha scatenato un dibattito

A Tolmezzo, in provincia di Udine, un uomo di cinquant’anni è stato denunciato per maltrattamento animale dopo l’utilizzo di un collare elettrico sul proprio cane. La polizia locale ha stabilito che l’uso del dispositivo, con scariche elettriche per correggere comportamenti, costituisce un atto di crudeltà. Il caso ha riaperto un dibattito che nel mondo cinofilo si trascina da anni: il confine tra strumento di addestramento e strumento di sofferenza è spesso sottile, e la legge italiana non permette interpretazioni. Il collare elettrico, sebbene non vietato in modo assoluto, non è considerato un metodo legittimo per correggere comportamenti quando si basa sull’infliggere dolore.

La legge e le conseguenze legali L’articolo 544-ter del Codice Penale punisce chiunque, per crudeltà o senza necessità, sottoponga un animale a comportamenti che producono un grave danno alla salute. Le pene previste includono la reclusione e la multa, e il sequestro del dispositivo o dell’animale può essere disposto già in fase cautelare. Non esiste in Italia una norma che vieti in modo assoluto il collare elettrico in ogni contesto, ma il suo utilizzo per infliggere dolore come metodo correttivo è incompatibile con la tutela del benessere animale sancita dalla legge. Il caso di Tolmezzo ha dimostrato come i margini di applicazione penale esistano e vengano utilizzati.

Le conseguenze per l’animale e le richieste di tutela

Il cane, rimasto al centro delle richieste di tutela avanzate da associazioni del settore, è stato oggetto di una richiesta formale da parte del Partito Animalista Italiano FVG. L’associazione ha chiesto l’allontanamento immediato dell’animale dal proprietario e il suo affidamento a una struttura protetta. Il caso ha messo in luce come l’uso di dispositivi avversivi possa causare stress cronico e comportamenti aggressivi nell’animale, con conseguenze non solo etiche ma anche pratiche per la convivenza con il proprietario. Il cane, inoltre, ha subito un danno fisico e psicologico che richiede interventi specifici.

Le linee guida internazionali e il dibattito normativo Numerose organizzazioni veterinarie e comportamentali internazionali, tra cui l’American Veterinary Society of Animal Behavior, sconsigliano esplicitamente l’uso di strumenti avversivi come i collari elettrici. Il rinforzo positivo è indicato come approccio più efficace e meno rischioso per il benessere dell’animale. In Italia, il dibattito normativo è ancora aperto, ma i casi giudiziari come quello di Tolmezzo dimostrano che i margini di applicazione penale esistono e vengono utilizzati. Diversi Paesi europei hanno introdotto divieti espliciti, ma in Italia il tema resta dibattuto.

Il caso di Tolmezzo ha messo in luce l’importanza del ruolo delle autorità locali e della comunità nella tutela degli animali. La polizia locale ha agito con tempestività, procedendo al sequestro del dispositivo e alla denuncia del proprietario in collaborazione con la Procura di Udine. Situazioni simili spesso rimangono invisibili, ma chiunque osserva un animale sottoposto a trattamenti che sembrano causare dolore o sofferenza può e dovrebbe segnalare la situazione alle autorità competenti. La legge riconosce una responsabilità civile in questi casi, e il sequestro del collare e la denuncia del cinquantenne non chiudono una storia, ma la aprono: quella di un animale che aveva bisogno di essere protetto e di un sistema che, almeno in questo caso, ha funzionato.