Moussa Sangare, due anni dopo l’omicidio di Sharon Verzeni, presenta l’appello contro l’ergastolo

Moussa Sangare, due anni dopo l’omicidio di Sharon Verzeni, presenta l’appello contro l’ergastolo

Un uomo detenuto a San Vittore presenta un appello contro l’ergastolo dopo due anni dall’omicidio di Sharon Verzeni
Un uomo detenuto a San Vittore presenta un appello contro l’ergastolo dopo due anni dall’omicidio di Sharon Verzeni

A due anni dall’omicidio di Sharon Verzeni, Moussa Sangare ha depositato un appello contro l’ergastolo, sostenendo di essere “solo un testimone”. L’uomo, detenuto a San Vittore, continua a sostenere di essere innocente, pur avendo confessato durante il processo di primo grado. La difesa, guidata dall’avvocato Tiziana Bacicca, ha presentato un ricorso di 80 pagine, con la consulenza di un medico legale e di un biologo forense, per ribaltare la sentenza della Corte d’Assise di Bergamo.

Un delitto senza motivo, un processo che ha scosso l’Italia

Il 30 luglio 2024, Sharon Verzeni, 33 anni, venne uccisa durante una passeggiata notturna a Terno d’Isola, in provincia di Bergamo. L’omicidio, avvenuto poco prima dell’1 di notte, fu reso noto dopo un mese di indagini condotte dai carabinieri del nucleo investigativo di Bergamo, coordinati dal pm Emanuele Marchisio. La vittima, che viveva insieme al fidanzato Sergio Ruocco, era in procinto di sposarsi e aveva sogni di una vita in comune. L’assassino, secondo la sentenza di primo grado, fu identificato come Moussa Sangare, 33 anni, per “la noia e il desiderio di adrenalina”.

Le confessioni ritrattate e la difesa che cerca di smontare le prove

Sangare, durante le indagini, aveva confessato di aver aggredito Sharon Verzeni, raccontando di averla trovata in via Castegnate e di averla colpita con un coltello. Tuttavia, durante il processo, l’uomo ha ritratto le sue dichiarazioni, sostenendo di essere stato solo un testimone dell’agguato mortale. La difesa sostiene che le confessioni siano state “estorte” e che la ricostruzione alternativa del delitto, con due fasi e due armi, possa spiegare meglio i fatti. La legale Tiziana Bacicca ha spiegato che Sangare, dopo la condanna all’ergastolo, ha realizzato solo dopo alcuni giorni di essere stato condannato e ora si sente “abbastanza tranquillo”.

Le prove “regine” che la difesa cerca di smontare
La sentenza di primo grado ha basato la sua decisione su prove considerate “poderose e coerenti”, tra cui le telecamere che hanno immortalato l’uomo in bicicletta poco dopo l’omicidio e la traccia di DNA misto di vittima e Sangare repertata sulla canna della bicicletta. Il legale di parte civile, Luigi Scudieri, ha definito le dichiarazioni confessorie di Sangare come “plurime, dettagliate e riscontrate”, a fronte di una ritrattazione “inattendibile e illogica”. La difesa, però, cerca di smontare queste prove con le consulenze di esperti, sperando di ribaltare la sentenza.

Il processo di appello è in corso e, come ha spiegato Scudieri, “tutte le prove dicono che Moussa Sangare è l’assassino di Sharon Verzeni, mentre qualunque altra ricostruzione dei fatti, alternativa alla sentenza, è una congettura”. La famiglia della vittima, che ha seguito con attenzione il processo, attende con ansia il verdetto, mentre Sangare, in carcere, continua a sostenere di essere innocente e a sperare in un esito diverso. La sentenza di appello è prevista per il 2027.

La difesa cerca di ribaltare la sentenza con nuove consulenze
La difesa di Sangare, con l’aiuto dell’ex poliziotto Gianluca Spina, del medico legale e del biologo forense, ha depositato un ricorso in appello che cerca di smontare le prove considerate decisive. La tesi sostenuta è che Sangare sia stato solo un testimone dell’aggressione mortale e che le successive confessioni gli siano state “estorte”. La ricostruzione alternativa del delitto, con due fasi e due armi, potrebbe spiegare meglio i fatti, ma non convince il legale di parte civile, che ritiene che le prove siano “univocamente e coerentemente probatorie”.