Ice, la campagna di arresti negli aeroporti USA continua senza sosta

Nuovi arresti negli aeroporti Usa per immigrazione, tensioni crescenti e accuse di terrorismo.

Agenti dell’Ice in borghese arrestano passeggeri negli aeroporti Usa, tensioni e accuse di terrorismo
Agenti dell’Ice in borghese arrestano passeggeri negli aeroporti Usa, tensioni e accuse di terrorismo

Da settimane, negli aeroporti degli Stati Uniti si registrano arresti “a strascico” condotti da agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (Ice) in borghese, utilizzando dati forniti dall’Transportation Security Administration (Tsa). L’operazione, che si svolge in modo discreto, ha visto numeri in crescita, con oltre 10mila arresti registrati solo nella prima settimana di luglio. Le vittime sono soprattutto persone in possesso di permessi di lavoro validi, ma in attesa della carta verde, e che non sono state ricercate. La situazione, però, si complica ulteriormente con accuse di terrorismo rivolte a chi protesta contro le politiche di deportazione. Chi si oppone al sistema, rischia pene fino a 70 anni.

Arresti e violenze in aumento

La campagna di arresti ha coinvolto almeno 15 aeroporti in nove Stati, con almeno 27 casi documentati. L’Ice ha esteso la sua azione anche ai voli interni, dove non esiste controllo alla frontiera. Secondo i media statunitensi, la milizia anti-immigrazione di Donald Trump ha adottato questa nuova tattica per aumentare il numero di deportazioni. La realtà, però, sembra molto diversa da quanto dichiarato ufficialmente. Gli avvocati di diverse persone fermate affermano che si tratta di individui in regola con le leggi sull’immigrazione, ma che attendono la carta verde. La burocrazia, spesso lenta, ha portato a situazioni di limbo per chi ha presentato regolare richiesta di rinnovo del visto.

La situazione si complica ulteriormente con accuse di terrorismo rivolte a chi protesta. Le comunità che si organizzano per resistere all’Ice, organizzando cortei e proteste, vengono accusate di aver rapporti con Antifa e per questo imputate per terrorismo. A giugno, in Texas, sei persone sono state condannate a pene tra i 50 e i 70 anni per aver partecipato a proteste fuori da un centro di detenzione. In Minnesota, Erik Davis, professore 53enne, rischia sei anni di prigione per aver organizzato cortei pacifici. Queste accuse sembrano mirare a spaventare chiunque si opponga al sistema.

Violenze e abusi nei centri di detenzione

La situazione non si limita agli aeroporti. Nelle centri di detenzione, la situazione resta drammatica. Un rapporto interno dell’agenzia sanitaria dell’Ice conferma che almeno un detenuto in sciopero della fame è stato sottoposto ad alimentazione e idratazione forzate, nonché a prelievi di sangue involontari. Questo documento smentisce l’amministrazione Trump, che negava l’esistenza di scioperi della fame. Secondo avvocati e Ong, sarebbero oltre trecento detenuti che rifiutano di mangiare o bere per denunciare le condizioni critiche. Inoltre, in vari video si sentono distintamente agenti federali rivolgersi ai fermati con epiteti razzisti.

La campagna di arresti e violenze ha anche portato a tragici episodi. Il 7 luglio a Houston un agente ha ucciso Lorenzo Salgado Araujo, un messicano in attesa di regolarizzazione. Sei giorni dopo, nel Maine, è stato colpito a morte il colombiano Johan Sebastián Durán Guerrero, anche lui non ricercato. La violenza sembra essere diventata una tattica sistematica per scoraggiare chiunque si opponga al sistema.

La situazione si complica ulteriormente con l’escalation delle violenze, che coincide con le pressioni della Casa Bianca per arrivare a circa 2.000 arresti al giorno. L’Ice non si ferma, e Trump accontenta la sua base Maga, continuando a sostenere una politica di deportazione senza sosta. La campagna, che si svolge in modo discreto e spesso in borghese, sembra mirare a creare un clima di paura e controllo totale su chi si oppone al sistema.