Ex Ilva Taranto: fermata area a caldo, ricorsi e nuovi investimenti. Nuovo destino come polo laminazione
Fermata area a caldo dell’ex Ilva di Taranto, ricorsi e nuovi investimenti. Nuovo destino come polo laminazione.

La fermata dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto, ordinata dalla Corte d’Appello di Milano entro 90 giorni, ha scatenato una serie di reazioni e riflessioni. Il paragone con Bagnoli, un’altra ex acciaieria dismessa, è stato fatto in questi giorni, ma le situazioni sono molto diverse. L’area a caldo di Taranto, con oltre 1.500 ettari di superficie e numerose installazioni, rappresenta un caso unico. La decisione ha scatenato ricorsi e dibattiti su come gestire il futuro dell’impianto, nonché su nuovi investimenti che potrebbero portare a un polo laminazione. Il governo e l’azienda stanno cercando di trovare una strada per affrontare la situazione, con l’obiettivo di ridurre i costi e di trovare nuove opportunità economiche.
La fermata dell’area a caldo e i tempi
La fermata dell’area a caldo, pur non essendo immediata, ha cominciato a prendere forma. L’incontro a Palazzo Chigi ha confermato che per ora le bocce restano ferme, ma la scadenza dei 90 giorni non è evitabile. «Del decreto dei giudici – si commenta – bisogna prendere atto e applicarlo». L’azienda, pur essendo dubbiosa sulla possibilità di impugnare il decreto in Corte di Cassazione, dovrà comunque procedere con le fasi preliminari per preparare la fermata. Questo include l’emissione di ordini verso imprese esterne, la redazione di specifiche tecniche e la gestione di gare di appalto. I tempi, pur non impattando direttamente sugli impianti, cominciano ora e potrebbero portare a un periodo di transizione.
La fermata dell’area a caldo comporterà un cambio di competenze. Il compito di smantellamento, bonifica e ripristino toccherà a Ilva in amministrazione straordinaria, con il supporto del governo. I costi sono rilevanti, con stime che oscillano intorno ai 5 miliardi di euro. L’area a caldo, che ha costato 350-370 milioni di euro per la sua copertura, dovrà essere disattivata. La cessione al gruppo Jindal, che non ha utilizzato l’area, è stata annullata, e si parla di un nuovo bando per la parte a freddo. L’obiettivo è di trasformare l’ex Ilva in un polo laminazione, con la possibilità di attrarre investitori italiani.
Le sfide per i nuovi investimenti
La strada per nuovi investimenti non è semplice. L’area di Taranto è vista come un luogo difficile per l’investimento, e molti operatori del settore lo riconoscono. Tuttavia, il Mimit ha già individuato oltre 15 possibili progetti nei settori della manifattura avanzata, energia, logistica, tecnologie digitali e agroindustria. L’obiettivo è di creare occupazione e di bilanciare la perdita di posti di lavoro. I nuovi investimenti dovranno assorbire coloro che escono dall’ex Ilva e contribuire a un piano straordinario. Il ministero ha anche sottolineato che le aree non più destinate ai fini produttivi potrebbero essere utilizzate per nuovi progetti.
Senza trascurare tutti coloro che acquistavano acciaio dall’ex Ilva, come Marcegaglia, e ora dovranno trovarsi un nuovo fornitore. Sul mercato c’è la disponibilità di acciaio, ma si va a concorrere con gli altri che stanno già. La risposta dei potenziali nuovi investitori potrebbe essere negativa, oppure condizionata da riserve. Tuttavia, la strada non va esplorata. Il ministero delle Imprese aveva già indicato che i nuovi investimenti potrebbero collocarsi su parti del siderurgico non più destinate ai fini produttivi.
La transizione richiederà un piano straordinario per ridurre i costi e trovare nuove opportunità.
Il destino dell’ex Ilva potrebbe diventare un polo laminazione, ma la strada è lunga e complessa.
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