La CIA e la nascita di un anticomunismo democratico: una strategia per salvare il marxismo

La Cia ha sconfitto il comunismo e salvato il marxismo attraverso una strategia culturale e intellettuale durante la guerra fredda.

La Cia promuove un anticomunismo democratico attraverso intellettuali e media per salvare il marxismo
La Cia promuove un anticomunismo democratico attraverso intellettuali e media per salvare il marxismo

La CIA e la nascita di un anticomunismo democratico

Nel 1985, la CIA dedicò un rapporto riservato a un fenomeno che, sulla carta, sembrava riguardare soltanto le università e le pagine culturali dei giornali: la «defezione degli intellettuali di sinistra» francesi. Il marxismo non era più il linguaggio obbligatorio dell’intelligenza nazionale, il Partito comunista aveva perduto parte della propria autorità morale e l’Unione Sovietica non poteva più contare sull’indulgenza quasi automatica di cui aveva goduto nel dopoguerra. Per Washington non era una curiosità accademica. La crisi del marxismo modificava il campo nel quale si decidevano l’immagine degli Stati Uniti, il rapporto con la NATO, il neutralismo europeo e la politica verso Mosca.

La CIA non si limitava a osservare le trasformazioni dell’intellettualità europea: per decenni aveva lavorato affinché quelle trasformazioni prendessero una direzione compatibile con gli interessi americani. Non si trattava soltanto di strappare scrittori e filosofi all’influenza comunista. Occorreva anche impedire che la crisi del marxismo restituisse spazio a un anticomunismo nazionale, identitario o apertamente ostile all’americanizzazione dell’Europa. In altre parole, gli Stati Uniti dovevano combattere contemporaneamente due battaglie. La prima contro il comunismo sovietico. La seconda contro la possibilità che l’anticomunismo tornasse a essere occupato dalle forze sconfitte nel 1945 o da nuove correnti europee capaci di contestare tanto Mosca quanto Washington.

La guerra culturale della CIA: dalla denazificazione alla sinistra non comunista

Il laboratorio iniziale di questa vasta operazione non poteva che essere la Germania occupata, con una parola che oggi suona ancora attuale: «Denazificare!». La CIA non si limitava a osservare le trasformazioni dell’intellettualità europea: per decenni aveva lavorato affinché quelle trasformazioni prendessero una direzione compatibile con gli interessi americani. Non bastava eliminare i simboli del regime sconfitto. Occorreva produrre una «rieducazione» politica e spirituale, dimostrare la superiorità della cultura americana e inserire la Germania occidentale in una nuova comunità euro-atlantica. Le biblioteche, i teatri e le sale da concerto diventavano così luoghi di ricostruzione ideologica.

La democrazia liberale difesa dagli ex comunisti fu la strategia più raffinata e più gravida di conseguenze per il nostro presente. La promozione della cosiddetta Non-Communist Left, la sinistra non comunista, fu la base teorica delle operazioni politiche contro il comunismo per quasi vent’anni. La democrazia occidentale non doveva essere difesa dalla vecchia destra, ma da socialisti democratici, liberali progressisti ed ex comunisti che avevano rotto con Stalin senza rinunciare al linguaggio dell’emancipazione. Per la CIA questa impostazione divenne la base teorica delle operazioni politiche contro il comunismo per quasi vent’anni.

La battaglia per l’egemonia culturale

Il Congress for Cultural Freedom, fondato a Berlino nel 1950 e finanziato segretamente dalla CIA, fu lo strumento centrale di questa operazione. Riunì filosofi, scrittori, musicisti, sindacalisti e giornalisti; organizzò conferenze internazionali, sostenne riviste, premiò artisti e costruì una rete presente in trentacinque Paesi. Al suo apice pubblicava più di venti riviste prestigiose, organizzava mostre, concerti e convegni, disponeva di servizi editoriali e distribuiva borse e riconoscimenti. Non era un’appendice ornamentale della politica americana: fu uno dei maggiori sistemi di committenza culturale del Novecento. La formula sintetizzava l’intera strategia: l’egemonia è tanto più efficace quanto meno appare come propaganda. Un concerto, un romanzo o una rivista potevano produrre adesione senza esigere una dichiarazione politica esplicita. La scelta dei protagonisti dice molto. Fra i presidenti onorari figurava Benedetto Croce, conservatore e monarchico, ma soprattutto riconosciuto come padre morale dell’antifascismo italiano e oppositore di Mussolini. La sua presenza permetteva di presentare il fronte anticomunista non come un ritorno della destra autoritaria, ma come una prosecuzione della lotta per la libertà iniziata contro il fascismo.

La conversione degli intellettuali e la fine del marxismo come linguaggio obbligatorio

Il rapporto del 1985 mostra una particolare predilezione per le storie di conversione. Gli intellettuali più efficaci nel demolire il marxismo non erano, agli occhi degli analisti, quelli che lo avevano sempre combattuto, ma coloro che erano partiti come credenti e avevano finito per respingere la tradizione alla quale appartenevano. È il modello dell’apostata, già sperimentato con Koestler, Silone e Gide, che ritorna con i Nouveaux Philosophes. André Glucksmann e Bernard-Henri L