India, il movimento degli “scarafaggi” sfida il governo: “Chiediamo conto del sistema”

Gli studenti indiani, chiamati “scarafaggi”, protestano per il sistema educativo e la gestione delle opportunità.

Giovani indiani in piazza, protestano contro il sistema educativo e le politiche del governo
Giovani indiani in piazza, protestano contro il sistema educativo e le politiche del governo

La protesta degli “scarafaggi” in India ha scosso il Paese, mettendo in discussione il rapporto tra i giovani e il governo. Il movimento, nato da un’offesa di un giudice e ampliato da una serie di richieste concrete, ha visto migliaia di studenti e giovani di ogni origine occupare le piazze per chiedere conto del sistema educativo e delle politiche governative. La scintilla è stata lo scandalo che ha portato all’annullamento del test nazionale di ammissione a Medicina, sostenuto da 2,2 milioni di candidati. La protesta, però, non si è limitata a un episodio isolato: si è trasformata in un movimento nazionale, con richieste specifiche e una forte volontà di cambiamento.

Una rivoluzione guidata dai giovani

Il Cockroach Janta Party (Cjp), il movimento che ha dato vita alla protesta, ha messo in luce un problema profondo: la disoccupazione tra i giovani e la mancanza di opportunità. L’India ha un’età media di appena 29 anni, e oltre 600 milioni di abitanti hanno meno di 25 anni. Un enorme “dividendo demografico” che la crescita economica al 6 per cento non riesce a trasformare in opportunità. Le proteste del Cjp sono le prime nell’India contemporanea a essere guidate dai giovani e costruite interamente attorno ai problemi dei giovani, spiega Snigdha Poonam, giornalista e scrittrice.

Un’offesa che ha dato vita a una rivoluzione

La protesta ha avuto origine da una frase sprezzante di un alto giudice, che aveva definito i giovani disoccupati “scarafaggi”. Da quell’insulto è nata una protesta costruita anche sull’ironia: in piazza non mancavano selfie con la bocca piena di cioccolatini Melody, per prendere in giro il regalo che Modi aveva consegnato a Giorgia Meloni durante una visita ufficiale. Dietro la protesta c’è però un malessere ben più profondo. Quasi il 40 per cento dei laureati tra i 15 e i 25 anni è disoccupato, rileva uno studio dell’Azim Premji University. Il movimento, però, non si è limitato a esprimere frustrazione: ha chiesto concrete riforme, tra cui le dimissioni del ministro dell’Istruzione, pene più severe contro chi manipola gli esami e una riforma strutturale del sistema.

La protesta ha visto momenti di tensione estrema, tra cui l’uso di gas lacrimogeni, manganelli e pellet gun da parte della polizia il 20 luglio. «Questa è stata la vera rivoluzione della Gen Z: chiedere conto a questo governo delle sue azioni, qualcosa che nessuno era mai riuscito a fare», afferma Ratna Singh, portavoce del Cjp. La protesta ha visto la partecipazione di giovani dei villaggi, rider, influencer, musulmani, hindu e cristiani. «Non vogliamo far cadere il governo, né, per quanto mi riguarda, diventare partito. Continueremo a essere un movimento centrato sui giovani. Abbiamo una sola ideologia: la Costituzione indiana».

Il movimento degli “scarafaggi” minaccia di tornare in piazza se le richieste non saranno soddisfatte nel giro di un paio di settimane. «Se quest’ultima richiesta non sarà soddisfatta, riprenderemo a protestare», ha dichiarato Singh. Il governo, però, sembra cercare di riprendere il controllo della narrazione, anche attraverso un aumento del monitoraggio sui social media. È possibile che aumenti il monitoraggio di Meta, proprietaria di Instagram, ma considerando che Modi ha ormai 76 anni, è difficile immaginare che riesca davvero a entrare in sintonia con i giovani, osserva Sushant Singh, docente dello South Asian Studies Council della Yale University.

Il Cjp accusa il governo di aver rinnegato l’accordo raggiunto dopo le dimissioni del ministro, quando aveva promesso che non sarebbero state adottate misure punitive contro gli studenti. «Pensavamo durasse una settimana, poi siamo arrivati a oltre un mese», ha detto Singh. Persino i rider che ci portavano da mangiare venivano interrogati. Il movimento, però, non si ferma: «Siamo una vera rivoluzione», ha concluso Ratna Singh.