Kenya, la costa di Kilifi cerca un’alternativa al turismo per il futuro dei bambini

Il Kenya cerca di offrire alternative al turismo per il futuro dei bambini a Kilifi, dove la comunità locale affronta sfide sanitarie e educative.

Kilifi, una delle contee più pericolose del Kenya, vive un’esperienza di contraddizioni. Da un lato, la costa keniana è un’area turistica famosa per le sue spiagge e i resort, che attirano visitatori e investimenti. Dall’altro, la popolazione locale affronta sfide sanitarie, educative e sociali che mettono a rischio il futuro dei bambini. A parlare di questa situazione è padre Renato Kizito Sesana, missionario comboniano, che ha fondato il centro Nyota ya Asubuhi, “Stella del mattino”, a Kilifi. «Noi vogliamo insegnare ai bambini e alle persone di Kilifi che loro valgono, che sono importanti, che possiedono una dignità che non è inferiore a quella del proprietario di un resort o a quella dei bianchi che vengono qui in vacanza», dice il missionario.

Un’alternativa al turismo per il futuro dei bambini

Il centro Nyota ya Asubuhi è un progetto che cerca di offrire un’alternativa al turismo, che ha generato ricchezza ma ha anche escluso la popolazione locale dallo sviluppo. «Il turismo ha arricchito principalmente chi possiede i resort e ha legato lo sviluppo solo ed esclusivamente al terzo settore», spiega Kizito. La comunità di Kilifi, in gran parte musulmana, ha subito scelte politiche e sociali che l’hanno esclusa dallo sviluppo che ha interessato altre parti del Kenya. Il progetto del centro, che dovrebbe inaugurare a gennaio 2027, mira a diventare un punto di riferimento per i bambini del territorio, offrendo sostegno scolastico, una biblioteca, servizi di counselling e, quando necessario, accoglienza e protezione per i minori più vulnerabili.

Il lavoro del centro ha già visto risultati concreti. «Nei pochi anni in cui abbiamo lavorato qui abbiamo già visto dei ragazzi che sono riusciti ad andare avanti», dice Kizito. Al momento, sei ragazzi frequentano l’università e sono cresciuti con il supporto del centro, pur continuando a vivere nelle loro case e nelle loro famiglie. «Il primo problema è convincere i genitori che i loro figli devono avere delle opportunità per crescere: opportunità adeguate alle loro capacità e alla loro intelligenza», aggiunge il missionario.

Un’esperienza di crescita e di fiducia

Il progetto ha visto l’impegno di Bernard Oduor-Dimba, uno dei responsabili del team del centro, che racconta come il terreno è stato acquistato nel 2014, ma solo nel 2020 è iniziato il lavoro di trasformazione. «Il terreno era quasi interamente ricoperto dalla vegetazione e gli abitanti della zona lo utilizzavano persino come luogo dove andare a fare i propri bisogni», spiega. Il lavoro ha richiesto l’acquisto di terreni, la ricerca di fondi, la collaborazione con architetti e imprese edili, e la costruzione di una rete di persone in grado di far camminare il centro con le proprie gambe.

Il centro ha già visto la partecipazione di oltre 150 minori. Il progetto opera una volta alla settimana, il sabato, offrendo spazi per giocare, mangiare e socializzare. La comunità, pur affrontando sfide sanitarie e educative, ha iniziato a mostrare interesse per il progetto, grazie al lavoro di fiducia e di collaborazione tra missionari e locali. Il Nyota ya Asubuhi rappresenta un’esperienza di crescita e di fiducia, un’alternativa al turismo che cerca di dare voce a una comunità esclusa.

«Dobbiamo insegnare loro a essere pienamente se stessi, con grande dignità», conclude Kizito. La stella del mattino, piccola ma sufficiente a indicare che un altro giorno può cominciare. Che un altro giorno è possibile.