Morte per intossicazione da ricina, il professor Locatelli: «Primo caso al mondo con certezza assoluta»
Due donne morte per intossicazione da ricina, primo caso al mondo con certezza scientifica. Il professor Locatelli spiega le analisi e le implicazioni.
Due donne, madre e figlia, sono morte a causa di un’intossicazione da ricina, un veleno estremamente potente e raro. Il professor Carlo Locatelli, direttore del Centro Antiveleni Maugeri di Pavia, ha confermato che si tratta dei primi due casi al mondo in cui si è stabilito con certezza che la morte è stata causata da un’intossicazione da ricina, senza che le vittime avessero segnalato l’assunzione del veleno. Le due donne, Antonella Di Ilesi e Sara Di Vita, sono decedute nella notte tra il 27 e il 28 dicembre 2025 nell’ospedale Cardarelli di Campobasso, a Pietracatella, un piccolo paese molisano sconosciuto fino a poco tempo fa.
Analisi complessa e unico caso al mondo
La ricina, una proteina estremamente difficile da dosare e analizzare, è stata rilevata nel sangue delle vittime. «Non ci sono precedenti analoghi nella letteratura scientifica», ha sottolineato il professor Locatelli. Il team del Centro Antiveleni ha lavorato su questa sostanza, che non è semplice da identificare, a differenza di altri veleni come il paracetamolo. «Cercare la ricina non è come cercare il paracetamolo: i farmaci che si prendono normalmente sono molecole semplici, facili da analizzare. Noi abbiamo dovuto ripetere le analisi “n” volte», ha spiegato.
La ricina, inodore, incolore e insapore, può essere diluita in bevande o alimenti senza che chi la ingerisce se ne accorga. «Penso che, come qualunque veleno, si possa mischiare a bevande e alimenti senza che uno se ne accorga, come il cianuro», ha detto il professor Locatelli. L’ingestione è l’unica via plausibile, in quanto l’inalazione o l’iniezione avrebbero dato sintomi diversi, e il contatto cutaneo non permette l’assorbimento.
Collaborazione internazionale e sfide analitiche
Il team ha collaborato con i tedeschi dell’Istituto Robert Koch, che hanno analizzato i cibi, gli utensili da cucina e i vestiti presenti nell’abitazione della famiglia Di Vita. «A loro è stata affidata questa parte analitica che non è di nostra competenza: tutto ciò che c’era in casa e che poteva essere un veicolo per il veleno, è stato portato da loro per le analisi», ha spiegato il professor Locatelli. «Hanno fatto anche dei campionamenti, dei patch, sul tavolo, le sedie, eccetera. Chiederanno una proroga della loro consulenza, immagino», ha aggiunto.
Il lavoro ha richiesto tempo, risorse e una grande quantità di analisi. «Non ci siamo fermati finché non abbiamo trovato una risposta certa», ha detto il professor Locatelli. Il caso ha rappresentato un unicum scientifico, un’analisi senza precedenti per la sua complessità e la sua rara natura. «Siamo impalliditi, ci sono venuti i brividi, perché abbiamo immaginato l’impatto che avrebbe avuto la notizia, il rischio di emulazione. I criminali hanno scoperto un’arma nuova», ha ricordato. La ricina non è facilmente accessibile, richiede competenze e strumenti specifici per essere estratta e purificata. «Non è una cosa alla portata di tutti», ha concluso il professor Locatelli. Il caso di Pietracatella rimane un unicum, un giallo che ha attirato l’attenzione internazionale e ha messo in luce le complessità dell’analisi di un veleno estremamente raro e pericoloso.
