Il premio a Wanna Marchi e Stefania Nobile sconcerta per un capovolgimento dei valori

Don Pietro D’Angelo critica il conferimento del premio internazionale della cultura a Wanna Marchi e Stefania Nobile, sottolineando il rischio di un’erosione dei valori.

Don Pietro D’Angelo, teologo e professore di storia e filosofia residente a S. Nicola Manfredi (BN), ha espresso un forte sconcerto per il conferimento del Premio Internazionale della Cultura a Wanna Marchi e Stefania Nobile, avvenuto lo scorso 23 settembre nella Sala della Protomoteca del Campidoglio. L’iniziativa, pur essendo privata e non istituzionale, ha suscitato preoccupazioni per il rischio di un capovolgimento dei valori. D’Angelo ha sottolineato che la cultura non dovrebbe essere ridotta a un semplice riconoscimento di notorietà, ma deve rappresentare la ricerca della verità, della bellezza e della crescita umana.

Un premio che rischia di smarrire il senso delle parole

Secondo D’Angelo, il conferimento del premio a Wanna Marchi e Stefania Nobile solleva domande importanti: che cosa intendiamo oggi quando usiamo parole come “cultura”, “merito” e “riconoscimento”? L’autore ha sottolineato che un premio alla cultura dovrebbe valorizzare chi ha contribuito con il proprio talento, studio, arte o impegno civile. Il rischio, però, è che si trasmetta un messaggio devastante: che la notorietà conti più del merito, che il clamore valga più della serietà. La cultura dovrebbe rappresentare la ricerca della verità, della bellezza, della conoscenza e della crescita umana. Un premio alla cultura dovrebbe valorizzare, almeno idealmente, chi ha contribuito con il proprio talento, il proprio studio, la propria arte, il proprio impegno civile o il proprio servizio al bene comune ad arricchire la società. Per questo una simile scelta lascia amareggiati e pone una domanda che non possiamo eludere: quale messaggio consegniamo ai nostri giovani?

La meritocrazia in pericolo

Il professor D’Angelo ha espresso preoccupazione per il fatto che i cittadini onesti, silenziosi e laboriosi, quelli che ogni giorno tengono in piedi il Paese, possano essere umiliati, anche indirettamente, per il loro impegno. Ha ricordato che non si tratta di negare a nessuno la possibilità di cambiare o ricostruirsi, ma di distinguere tra un percorso umano e un riconoscimento che porta nel proprio nome la parola “Cultura”. La cultura, se vuole continuare ad avere un significato, deve conservare una soglia di serietà.

Il rischio, secondo D’Angelo, è che si finisca per premiare ciò che fa discutere soltanto perché fa parlare, rischiando di mandare in pensione la meritocrazia. Quando la meritocrazia viene messa da parte, a pagare il prezzo più alto sono proprio i cittadini onesti, quelli che non fanno rumore ma che ogni giorno scelgono la strada più difficile: l’onestà, la responsabilità e la rettitudine.

Non vorrei vivere in una società nella quale per essere riconosciuti occorra prima diventare famosi, controversi o scandalosi. Vorrei invece una società nella quale un giovane possa ancora credere che studiare, lavorare, essere onesti, rispettare gli altri, servire il prossimo e costruire qualcosa di buono abbiano un valore. Perché se anche questi valori diventassero motivo di ingenuità, mentre il clamore diventasse una strada per ottenere prestigio, allora il problema non sarebbe più soltanto un premio. Sarebbe il segnale di una società che sta smarrendo il senso delle parole e, con esse, il valore fondamentale dell’onestà intellettuale.