Randagismo in Italia, oltre il 20% dei cani rimane nei canili

In Italia il 20% dei cani finisce nei canili e non trova adozione. Legambiente stima 14mila animali a rischio. Cause: cucciolate incontrollate e scarsa prevenzione.

Cani in rifugio dietro le reti di un canile, ambiente spartano con gabbie e recinti
Cani in rifugio dietro le reti di un canile, ambiente spartano con gabbie e recinti

Più di uno su cinque: è la proporzione dei cani che, una volta entrato in un canile rifugio in Italia, non riesce a uscirne attraverso un’adozione. Legambiente, sulla base del XV Rapporto Animali in città, proietta questo dato sul territorio nazionale stimando che possano essere oltre 14mila i cani esposti al rischio di rimanere permanentemente in struttura. Un fenomeno che va oltre l’emergenza stagionale e che svela una situazione complessa dietro il fenomeno del randagismo italiano.

I numeri del problema e le cause strutturali

L’indagine di Legambiente ha coinvolto 221 Comuni su 447 e 43 aziende sanitarie, fornendo un quadro significativo della gestione canina nel paese. I dati confermano che le cucciolate incontrollate, il mercato online di animali non tracciato e la scarsa formazione di base dei proprietari costituiscono il nucleo della questione. Il problema non è stagionale come si potrebbe pensare: a riempire i canili rifugio non sono soltanto gli abbandoni estivi, ma una dinamica continua alimentata da fattori strutturali.

Un ruolo centrale lo gioca l’invisibilità amministrativa. I cani non registrati restano fuori dal sistema fino a quando non vengono ritrovati mentre vagano e trasferiti in una struttura. Questo crea una sorta di doppio danno: gli animali perdono l’opportunità di essere ricondotti ai proprietari e le amministrazioni si trovano a gestire un carico di lavoro crescente senza strumenti preventivi adeguati.

La fragilità del sistema: prevenzione e risorse

Il vero collo di bottiglia rimane la capacità di prevenire il randagismo, che deve però fare i conti con la crescente fragilità finanziaria degli enti locali. Molti comuni non hanno le risorse per avviare campagne di sensibilizzazione, per promuovere la registrazione obbligatoria degli animali o per finanziare programmi di sterilizzazione preventiva. L’assenza di questi servizi e di una vera strategia di prevenzione ha un costo che ricade sulla collettività: sia attraverso il bilancio dei comuni destinato ai canili, sia attraverso l’immenso costo umano e morale dell’azione mancata.

Cani in rifugio dietro le reti di un canile, ambiente spartano con gabbie e recinti, immagine di approfondimento
Cani in rifugio dietro le reti di un canile, ambiente spartano con gabbie e recinti, immagine di approfondimento

In Italia mancano dunque sia i servizi preventivi sia la formazione diffusa. Il risultato è che il costo dell’inazione si accumula nel tempo: strutture sovraccariche, animali sofferenti, risorse pubbliche impiegate in emergenza anziché in prevenzione.

Verso una mobilitazione strutturale

Secondo Legambiente, informare i cittadini sulle cause attuali del randagismo in Italia e mobilitare le persone e le istituzioni verso interventi e azioni strutturali rappresenta un passo fondamentale. Non si tratta più di affrontare il fenomeno come emergenza annuale, ma di riconoscerlo come problema sistemico che richiede investimenti nella registrazione diffusa degli animali, nella sterilizzazione programmata, nella lotta al mercato online non regolamentato e nella formazione dei proprietari.

Il rapporto di Legambiente mette in evidenza come il destino di decine di migliaia di cani dipenda dalla capacità delle istituzioni di affrontare le cause profonde piuttosto che i sintomi. Fino a quando il randagismo rimane una questione gestita in emergenza dai rifugi, il ciclo di abbandoni e sofferenza animale continuerà a perpetuarsi, con costi crescenti per la collettività e una perdita incalcolabile in termini di benessere animale.