La chirurgia cerebrale a paziente sveglio: una tecnica non per tutti

La chirurgia cerebrale a paziente sveglio non è indicata per tutti, ma offre vantaggi in contesti specifici.

La chirurgia cerebrale a paziente sveglio rappresenta un approccio innovativo utilizzato in contesti specifici, ma non è indicata per tutti. Questa tecnica permette di verificare in tempo reale funzioni cognitive come il linguaggio, la lettura o l’attenzione, che non possono essere controllate quando il paziente è addormentato. L’approccio è stato spiegato da Domenico d’Avella, presidente della SINch, durante il 75° Congresso nazionale in corso a Catania. La procedura richiede una selezione accurata del paziente e una collaborazione tra equipe multidisciplinare, anestesisti e neurochirurghi.

Un’alternativa non universale

Non esiste una tecnica migliore in assoluto, ma la chirurgia a paziente sveglio è uno strumento tra tanti, utilizzabile solo in determinate condizioni. La decisione di adottare questa metodica dipende da vari fattori, tra cui la posizione della lesione, le funzioni cognitive coinvolte, le condizioni cliniche del paziente e la sua capacità di collaborare durante l’intervento. Alcuni pazienti, come quelli con lesioni frontali o con storia di crisi epilettiche, potrebbero riscontrare un maggiore rischio durante l’intervento.

La chirurgia a paziente sveglio può essere utile quando è necessario controllare funzioni cognitive che non possono essere verificate nello stesso modo se il paziente è addormentato. Durante l’intervento, il paziente può essere chiesto di parlare, contare, nominare un oggetto o muovere una mano, permettendo di adattare il percorso chirurgico alle caratteristiche del singolo cervello. Tuttavia, questa pratica non è adatta a tutti e richiede una valutazione attenta e personalizzata.

Un’esperienza in crescita a livello internazionale

La chirurgia cerebrale a paziente sveglio è ormai diffusa in diversi Paesi e ha visto un incremento di utilizzo negli ultimi anni. Un’indagine internazionale del 2024, pubblicata sulla rivista Neurosurgical Review, ha coinvolto 395 neurochirurghi da 46 Paesi, confermando l’ampia diffusione della pratica. Tuttavia, la ricerca continua a cercare criteri condivisi per la selezione dei pazienti e la valutazione degli esiti.

Una metanalisi basata su 3.011 pazienti operati per gliomi localizzati nelle aree motorie ha riscontrato un’estensione media della resezione del 92,2% con chirurgia a paziente sveglio e del 92,5% con mappaggio eseguito in anestesia generale. I risultati indicano che entrambe le strategie possono essere efficaci e sicure, se scelte in base alle caratteristiche del paziente, del tumore e delle funzioni da proteggere. La collaborazione del paziente è fondamentale per creare una mappa del cervello in tempo reale. Gli esercizi preparati in anticipo, come parlare, contare o muovere una mano, permettono di verificare in modo diretto le funzioni cognitive. Tuttavia, questa pratica non è adatta a tutti e richiede una valutazione attenta e personalizzata.

Nonostante i vantaggi, la chirurgia a paziente sveglio presenta rischi che devono essere valutati insieme al paziente. Tra i possibili eventi avversi, si segnala la comparsa di crisi epilettiche durante l’intervento, specialmente nei pazienti con storia di crisi o in trattamento con farmaci antiepilettici. Domenico d’Avella ha sottolineato che questa tecnica deve essere utilizzata solo quando offre un vantaggio concreto, e non come una soluzione universale. La chirurgia a paziente sveglio non è una soluzione universale, ma un’alternativa utile in contesti specifici. La sua applicazione richiede una valutazione attenta e una collaborazione tra equipe multidisciplinare, anestesisti e paziente. La tecnica, pur presentando vantaggi, deve essere utilizzata solo quando offre un vantaggio concreto e non rappresenta un rischio superfluo.