Processo d’appello per Turetta nonostante rinuncia, per riconoscere aggravanti di stalking e crudeltà

La Procura di Venezia procede con l’appello per riconoscere aggravanti di stalking e crudeltà nel processo di Filippo Turetta, condannato all’ergastolo per il femminicidio di Giulia Cecchettin.

Processo d’appello per Turetta nonostante rinuncia, per riconoscere aggravanti di stalking e crudeltà
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Il processo d’appello per Filippo Turetta, condannato all’ergastolo per l’omicidio dell’ex fidanzata Giulia Cecchettin, procede nonostante la rinuncia formale del giovane al ricorso. L’udienza è fissata per il 14 novembre 2025 davanti alla Corte d’Assise d’Appello di Venezia. La Procura ha deciso di proseguire per ottenere il riconoscimento delle aggravanti di crudeltà e stalking, escluse in primo grado, pur non potendo modificare la pena massima già inflitta.

La rinuncia di Turetta e la reazione della famiglia

Il 21 maggio, Filippo Turetta ha scritto una lettera a Corte d’Assise, Procura generale, Procura ordinaria e Corte d’appello in cui ha dichiarato di accettare l’ergastolo e di non chiedere attenuanti. Ha anche espresso la sua volontà di assumere la piena responsabilità e di pentirsi ogni giorno. La scelta ha sorpreso i legali della famiglia Cecchettin, che non si aspettavano una rinuncia così netta. Gino Cecchettin, padre di Giulia, ha commentato: «Rinuncia all’appello, forse cerca una sua pace».

La famiglia non ha mai smesso di sperare in un riconoscimento giuridico per le condotte violente del giovane. La Procura, guidata dal procuratore generale Federico Prato, ha scelto di andare avanti con l’appello, pur non potendo modificare la condanna. L’obiettivo è ottenere il riconoscimento delle aggravanti di crudeltà e stalking, che erano state escluse in primo grado.

Obiettivo della Procura: riconoscere aggravanti

Nonostante la rinuncia del giovane, la Procura generale può autonomamente impugnare la sentenza per ragioni di diritto. L’obiettivo è ottenere il riconoscimento delle aggravanti di crudeltà e stalking, che erano state escluse in primo grado. I pubblici ministeri avevano già sottolineato durante il primo processo la dinamica dell’omicidio: 76 coltellate inferte in più luoghi e nell’arco di diversi minuti, oltre al comportamento ossessivo e di controllo tenuto da Turetta nei confronti della giovane nelle settimane precedenti al delitto.

La Procura ritiene che tali elementi configurino una condotta particolarmente violenta e persecutoria. Un’impostazione condivisa anche dai legali della famiglia Cecchettin, che considerano l’eventuale riconoscimento delle aggravanti un atto «di valore simbolico e giuridico». Stefano Tigani, legale del pool che rappresenta la famiglia Cecchettin, ha osservato: «Va capito se ha senso tenere in piedi il ricorso in appello. Alla fine, l’ergastolo c’è già ed è la pena massima. Ma lo stalking è un problema serio e strutturale nelle relazioni degradate ed è tema dell’appello dell’accusa».

Il processo d’appello non servirà a modificare la pena, che è già la più alta prevista dall’ordinamento. Tuttavia, potrebbe chiarire gli aspetti giuridici relativi alle aggravanti e assumere un forte significato per la giustizia e per la memoria di Giulia Cecchettin. Turetta, che ha già dichiarato di non voler tornare in aula, rimarrà in carcere a scontare la pena inflitta in primo grado.

Il femminicidio di Giulia Cecchettin ha cambiato la percezione nei confronti di abusi e violenze, diventando un caso simbolo per la lotta contro il femminicidio. La Procura di Venezia, guidata dal procuratore generale Federico Prato, ha scelto di andare avanti con l’appello, pur non potendo modificare la condanna. L’udienza del 14 novembre 2025 rappresenta un passaggio cruciale per la giustizia e per la memoria di una vittima che ha scosso l’opinione pubblica e ha acceso un dibattito su temi di violenza e controllo nelle relazioni.