La pace si dice con “io” e “noi”: all’ONU il linguaggio politico racconta guerre e speranze

All’Onu, il linguaggio della pace si costruisce attraverso “io” e “noi”, con differenze tra leader e contesti.

La pace si dice con “io” e “noi”: all’ONU, durante l’81ª Assemblea generale delle Nazioni Unite, i leader hanno usato parole semplici per raccontare guerre, diplomazia e potere. Dalla frase di Nanni Moretti “Le parole sono importanti” si è aperto un dibattito su come i leader descrivono la pace, la guerra e il proprio Paese. Tra i discorsi analizzati, si registrano differenze nella lunghezza e nel vocabolario, con il discorso di Donald Trump risultato il più lungo, con circa 39 minuti di durata. Il linguaggio della sicurezza e della pace è diventato un tema centrale, con parole come “peace”, “I”, “we” che attraversano quasi tutti gli interventi.

Il linguaggio della pace e della forza

Il discorso di Trump ha messo in evidenza una contrapposizione tra chi parla e chi agisce. La frase “While others have spoken of peace, I have made peace” (Mentre altri hanno parlato di pace, io ho fatto la pace) è diventata una formula ricorrente. Per lui, la pace non è solo un concetto, ma un risultato ottenuto attraverso azioni concrete. Il linguaggio della sicurezza è volutamente crudo, con espressioni come “killed, exiled, or detained” (uccisi, espulsi o detenuti) rivolte ai cartelli della droga, definiti “the ISIS of the Western Hemisphere” (l’ISIS dell’emisfero occidentale). La pace, per Trump, è il frutto della forza e della capacità di agire.

La pace non è solo un concetto, ma un risultato ottenuto attraverso azioni concrete. Il discorso di Trump ha evidenziato come il linguaggio della sicurezza possa essere usato per giustificare misure dure, come l’uccisione o l’espulsione di gruppi considerati minacciosi. Questo approccio ha reso il discorso di Trump unico, con un vocabolario che si concentra su azioni e risultati, piuttosto che su dialogo o compromessi.

Le differenze tra leader e contesti

Al contrario, il discorso di Antonio Tajani, il presidente del Parlamento europeo, ha introdotto una formula che sembra rispondere a diverse declinazioni del concetto di pace: “Against the politics of force, we choose the strength of politics” (Contro la politica della forza, scegliamo la forza della politica). Questa frase, che si ispira alle parole di Leone XIV, sottolinea l’importanza del linguaggio e della diplomazia per evitare la guerra. Allo stesso tempo, il discorso di Zelens’kyj ha evidenziato come il vocabolario sia legato alla guerra: la parola “Russia” compare 53 volte, mentre “Ukraine” ricorre 24 volte. La pace, per lui, è la sicurezza dell’Ucraina e la fine dell’aggressione.

Abbas, invece, ha costruito il suo discorso intorno a Palestina, palestinesi, Israele e diritto internazionale. La pace, per lui, è la soluzione dei due Stati. Netanyahu, invece, ha messo al centro Israele, Iran, terrorismo e Hamas. Due racconti diversi della stessa crisi, con parole molto differenti. Lula e Rahman hanno scelto un lessico più legato alla diplomazia e alla cooperazione, mentre Erdoğan ha sottolineato la crisi del sistema multilaterale e la mancanza di credibilità dell’ONU. La pace viene costruita anche attraverso ciò che viene indicato come minaccia. Nei discorsi compaiono termini come “war”, “terrorism”, “threat”, “force”, “enemy”, “attack”. Non sono semplicemente termini legati ai conflitti: servono a definire amici, avversari, responsabilità e priorità. La pace, quindi, non è solo l’assenza di conflitti, ma anche la capacità di gestire minacce e rispondere con strategie adeguate.

Alla fine, però, rimane una parola che attraversa quasi tutti gli interventi: “peace”. Cambia il contesto, cambia il soggetto, cambia il significato politico. Per Guterres è inseparabile dal diritto; per Trump dall’azione e dalla forza; per Zelens’kyj dalla sicurezza dell’Ucraina; per Abbas dalla nascita di uno Stato palestinese; per Netanyahu dalla sicurezza di Israele; per Erdoğan dalla Palestina e dalla riforma del sistema internazionale; per Lula dalla diplomazia; per Rahman dalla capacità dell’ONU di tornare credibile.