Il potere delle immagini nella guerra: chi vede, chi parla, chi decide

Le fotografie di guerra non solo raccontano, ma definiscono chi è vittima e chi combatte.

Bambina con carretto tra le macerie di Gaza, fotografia di guerra che rappresenta dolore e resistenza
Bambina con carretto tra le macerie di Gaza, fotografia di guerra che rappresenta dolore e resistenza

La guerra non è solo un conflitto di armi, ma una battaglia di immagini. Chi vede, chi parla, chi decide chi è vittima e chi combatte, dipende da chi scatta la fotografia e dove essa arriva. Dopo il 7 ottobre 2023, Israele ha blindato i confini, salvo rare visite accompagnate, e le immagini che attraversano il mondo sono in larghissima parte scattate da reporter palestinesi. Queste fotografie raccontano di case distrutte, famiglie spezzate, bambini feriti. Chiedono soprattutto una cosa: guardate. L’annientamento, la morte, la disperazione. Certificano ciò che vorremmo negare. Ci impediscono di voltarci dall’altra parte.

Chi sceglie l’immagine e chi la interpreta

Le immagini non si limitano a raccontare la guerra: decidono chi è vittima, chi combatte, chi vince, chi merita di essere guardato. Il dolore di una donna palestinese con in braccio il suo bambino, il corpo di un morto, la famiglia raccolta attorno al defunto – queste immagini non custodiscono soltanto una perdita privata, diventano la prova pubblica dell’ingiustizia subita. Salvano un’identità, costruiscono una memoria collettiva contro la cancellazione. È un tratto profondo della cultura visuale palestinese. La stessa radice araba avvicina la testimonianza al martirio: shahāda è la testimonianza, shahīd il martire, colui che testimonia.

La guerra come narrazione: tra resistenza e tecnologia

Il ruolo delle fotografie è diverso a seconda dei soggetti. Hezbollah, i miliziani libanesi, fondono la retorica del sacrificio con quella della resistenza. La bandiera non manca mai, spunta tra pareti bombardate o avvolge bare sospinte da ondate nere. I funerali dominano il racconto visivo. Il rito trasforma il lutto in un atto pubblico, politico. Lacrime e fucili; urla mute: di disperazione e di rabbia. Di vendetta. La matrice culturale è il mito sciita di Karbala: l’uccisione dell’imam Husayn, nipote del profeta Maometto, non è soltanto una tragedia. È il racconto simbolico della minoranza giusta che si ribella a un potere più forte; il rifiuto della sottomissione; la sconfitta militare che diventa una vittoria morale e religiosa.

Le potenze e la guerra come tecnologia

Iran e Stati Uniti giocano una partita diversa. Nelle comunicazioni ufficiali mostrano raramente i propri morti, preferiscono esibire la forza. Le potenze parlano urbi et orbi. Alla città e al mondo comunicano lo stesso concetto: siamo forti, preparati, possiamo colpire ovunque in qualunque momento. Teheran sposta lo sguardo sull’istante prima: droni lucidati, file di missili, lanci simultanei. È il sublime tecnologico, l’individuo scompare davanti alla macchina. Washington sottolinea il momento dopo: riprese termiche, sensori elettro-ottici, mirini, edifici che svaniscono in una nube grigia. La stessa immagine rassicura gli alleati e minaccia i nemici.

L’Ucraina, invece, offre un caso diverso. Se Gaza ci chiede di guardare, Kiev vuole che ci schieriamo. La comunicazione di Zelensky altera sofferenza e capacità di agire. Non si limita a documentare l’invasione. Cerca di convincere gli europei che quella guerra li riguarda. Mostra città simili alle nostre, famiglie che potrebbero essere le nostre, soldati che difendono una normalità nella quale possiamo riconoscerci. L’Ucraina non vuole soltanto compassione. Vuole appartenenza. Le immagini non si limitano a raccontare la guerra: decidono chi è vittima, chi combatte, chi vince, chi merita di essere guardato. La costruiscono. E tuttavia l’essenziale può restare invisibile, anche quando lo abbiamo davanti agli occhi.