Turismo in crescita, ma salari bassi e contratti precari segnano la realtà dei lavoratori
Turismo in crescita in Italia, ma salari bassi e contratti precari segnano la realtà dei lavoratori

Un settore in crescita, ma con un volto doppio
Il turismo italiano registra un andamento positivo, con dati che evidenziano un aumento del 6,45 per cento degli stranieri che visitano il Paese a luglio 2026. La crescita del settore è sostenuta da un’immagine positiva, con il 54 per cento degli europei che lo considera attrattivo, come rilevato da una survey di Swg per Confcommercio. Tuttavia, la competitività del turismo non si basa solo su prezzi bassi, ma anche su una serie di fattori che riguardano la qualità del lavoro e la condizione dei dipendenti.
Salari bassi e contratti precari
I dati Inps rivelano un quadro preoccupante per i lavoratori del turismo. Il 58 per cento dei lavoratori impiegati nel settore ha un contratto di lavoro part-time, contro il 33 per cento nella media di tutta l’economia. Inoltre, il 92 per cento degli addetti al turismo è inquadrato come operaio o apprendista, con un salario medio di 11.400 euro l’anno, ben al di sotto della media nazionale. La precarietà del lavoro è un problema strutturale, con il 70 per cento dei part-time che lo svolgono in modo involontario.
Nel primo trimestre 2026, il numero di lavoratori intermittenti nei servizi di alloggio e ristorazione cresce del +10,5 per cento rispetto al 2025. Tuttavia, solo il 46 per cento di questi lavoratori ha un contratto a tempo indeterminato. La stagionalità del lavoro è un problema diffuso, con il 16 per cento dei lavoratori che ha un contratto stagionale, quasi sette volte la media nazionale. Questo fenomeno mette in luce una scarsa equilibrio tra domanda e offerta di lavoro, con un’industria che non riesce a sfruttare al massimo le sue potenzialità.
Il turismo brilla anche per irregolarità: il 31 per cento dei lavoratori “in nero” accertati dall’Ispettorato del lavoro nel 2024 rispondeva proprio a imprese di alloggio e ristorazione. Mentre le regioni turisticamente più sviluppate e meglio governate puntano apertamente ad avere un turismo attivo tutto l’anno, nella media nazionale il 16 per cento dei lavoratori ha un contratto stagionale, quasi sette volte quanto si verifica nella media di tutta l’economia. Questo modello non è sostenibile a lungo termine, e richiede un riequilibrio territoriale e un’offerta di lavoro più stabile.
La definizione di “industria strategica” proposta dal ministro Mazzi appare un po’ azzardata, considerando che solo il 64,5 per cento delle imprese del turismo sono attive tutto l’anno, molto al di sotto della media del 78 per cento degli altri settori (Rapporto Inps 2026). Il turismo deve diventare un motore di sviluppo, non solo un fattore estrattivo dell’economia e della società. La crescita del settore non può essere misurata solo in termini di arrivi esteri, ma anche in base alla qualità del lavoro e alla condizione dei dipendenti.
