Il teatro dell’orrore in Iran e il silenzio internazionale
L’Iran continua a eseguire condanne a morte contro giovani, mentre i media evitano di parlare.

Il regime iraniano, in un momento di crisi profonda, continua a usare la repressione come strumento di controllo, esibendo pubblicamente la morte dei giovani come forma di terrore. La Corte Suprema ha confermato le condanne a morte di dodici imputati, mentre la Missione internazionale d’inchiesta delle Nazioni Unite ha chiesto la sospensione delle esecuzioni. Nonostante i numeri siano preoccupanti — 894 esecuzioni negli ultimi sei mesi, quasi 4.000 in due anni — il silenzio dei media europei permette a Teheran di gestire la propria narrazione senza dover affrontare condanne internazionali.
Il teatro dell’orrore e la gioventù come bersaglio
La repressione in Iran si concentra sui giovani, che rappresentano il nucleo demografico e simbolico della rivolta. Colpire un diciottenne significa colpire la parte del Paese che ha ancora qualcosa da perdere: gli anni a venire. Il regime, uscito a pezzi da una guerra perduta, dall’assassinio del leader supremo e da mesi di proteste, non ha altra carta da giocare. Può solo offrire paura, esibita pubblicamente, sui corpi dei più giovani. La violenza diventa una liturgia, quasi un rito che il potere in crisi usa per rafforzare il proprio controllo.
La complicità del silenzio e il ruolo dei media
Il silenzio distratto dei media europei non è complicità attiva, ma ne produce l’effetto pratico: consente a Teheran di gestire la propria narrazione interna del terrore senza dover gestire l’imbarazzo di una condanna internazionale forte e continuativa. Ogni giorno in cui un’esecuzione di un diciottenne non fa notizia è un giorno in cui il regime incassa il beneficio interno del terrore senza pagarne il prezzo esterno. La Missione ONU d’inchiesta continua a pubblicare appelli puntuali, ma manca la ripetizione ostinata e quotidiana che trasforma una notizia in un fatto che nessun governo può più permettersi di ignorare.
La storia della repressione politica ripropone con desolante regolarità una costante: quando un regime non può più contare sul consenso, sostituisce la persuasione con lo spettacolo del castigo. Il potere autoritario si consolida facendo sentire a ogni suddito la minaccia costante della morte altrui, esibita come prova della propria sopravvivenza e superiorità. I ragazzi impiccati non sono un pericolo militare per Teheran, ma simboli che vengono trattati come tali. Il regime, in una situazione di crisi, ha bisogno di rendere visibile la sua capacità di infliggere la morte, anche se non c’è più una minaccia concreta.
Il compito minimo dell’informazione europea non è scegliere una linea politica sull’Iran — è semplicemente rifiutarsi di lasciare che l’orrore resti invisibile. La memoria di quei corpi esposti nelle piazze italiane è sopravvissuta proprio perché qualcuno ha raccontato, fotografato, testimoniato. I ragazzi impiccati a Isfahan, a Iranshahr, a Mashhad non avranno bisogno degli storici tra ottant’anni: hanno bisogno di cronisti oggi. Il silenzio internazionale non è solo un’assenza di attenzione, ma un’azione che permette al potere in decomposizione di sopravvivere a se stesso.
La differenza, oggi, è che quella visibilità può essere amplificata o soffocata a seconda di quanto l’informazione internazionale decide di guardare altrove. Non possiamo impedire a Teheran di issare un’altra forca. Possiamo, però, smettere di voltarci dall’altra parte mentre lo fa. È la differenza minima, ma non trascurabile, tra essere spettatori inconsapevoli di un teatro dell’orrore e diventarne, senza volerlo, il pubblico complice di cui quel teatro ha bisogno per funzionare.
