Il Cremlino usa il linguaggio per mascherare la guerra in Ucraina

L’uso del linguaggio come strumento di manipolazione da parte del Cremlino e la continua guerra in Ucraina.

Un uomo legge un articolo su un giornale mentre un'immagine di un campo di battaglia si mostra in primo piano
Un uomo legge un articolo su un giornale mentre un’immagine di un campo di battaglia si mostra in primo piano

La guerra della Russia contro l’Ucraina non è ancora finita perché è la Russia a continuare a combatterla. Dopo cinque anni dall’escalation del 2022, il dibattito pubblico è ancora dominato da una narrativa che semplifica e distorce la realtà, riducendo la guerra a un “conflitto” e non a un’aggressione. Il linguaggio, come arma, è utilizzato da Mosca per trasformare l’aggressione in un problema diplomatico e l’autodifesa ucraina in un ostacolo ai negoziati. Questo approccio, spesso sostenuto da media e studiosi, ha il potere di influenzare le opinioni e di mascherare le responsabilità reali.

La manipolazione del linguaggio come strumento di guerra

Il Cremlino ha sviluppato una strategia linguistica che, pur sembrando innocua, è in realtà un’arma di manipolazione. L’invasione russa viene ridotta a una «guerra in Ucraina», mentre il progetto neo-imperiale di Mosca è presentato come un «interesse di sicurezza». Questo tipo di linguaggio, ripetuto e amplificato, serve a far apparire l’occupazione russa come una forma di protezione, e l’autodifesa ucraina come un atto di resistenza ingiustificato. Il risultato è una distorsione della realtà che permette a Mosca di legittimare le sue azioni e a ridurre la sofferenza ucraina a un semplice ostacolo alla pace.

La guerra scelta da Mosca viene ridipinta come uno scontro tra «l’Occidente» e la Russia. Non c’è alcun riferimento alla sofferenza dell’Ucraina, l’unico Paese che versa il proprio sangue per difendere la libertà. L’autonomia d’azione degli ucraini, incarnata nel coraggio della nazione che resiste alla propria distruzione, viene cancellata dal discorso. Questo trucco retorico, chiamato «guerra per procura», è quasi invisibile, ma costituisce l’impalcatura dell’operazione d’informazione di Melnichenko, nella quale l’Economist finisce per fare la parte dell’utile idiota.

La diplomazia come strumento di ritardare la verità

Allo stesso tempo, la diplomazia viene utilizzata come strumento per ritardare la verità e mascherare le responsabilità. Gli esempi di successo citati da Samuel Charap, uno studioso americano, come la Corea del Sud e la Colombia, non sono realmente pertinenti. La Corea del Sud non ha alcun trattato di pace con il suo vicino belligerante, oggi anche dotato di armi nucleari: esiste soltanto un armistizio. L’accordo colombiano, inoltre, ha lasciato in eredità un Paese in cui i territori un tempo controllati dalle Farc sono oggi contesi da numerosi gruppi armati, mentre la produzione di cocaina ha raggiunto livelli record.

Se questi sono i modelli a cui Charap guarda, allora ha finito per confutare da solo la propria tesi. La diplomazia, in questo contesto, non è un mezzo per risolvere la guerra, ma un modo per ritardare l’azione e permettere a Mosca di continuare a combattere. Solo dopo che l’aggressore è stato fermato e punito, si sono sviluppate le riparazioni, i tribunali per i crimini di guerra e la diplomazia. «Vi è stata data la scelta tra la guerra e il disonore. Avete scelto il disonore, e avrete la guerra», disse Churchill rivolgendosi a Neville Chamberlain, convinto di aver garantito la pace con gli accordi di Monaco del 1938 stretti con Hitler.