Un’imposta sui grandi patrimoni potrebbe raccogliere 30 miliardi in più all’anno in Italia
Un’imposta sui grandi patrimoni potrebbe raccogliere 30 miliardi in più all’anno in Italia, secondo uno studio di esperti universitari.

La concentrazione della ricchezza e la regressività del sistema fiscale
In Italia, il 10% più ricco detiene il 60,6% della ricchezza totale, mentre la metà meno abbiente ne possiede solo il 7,2%. Questi dati, forniti dalla Banca d’Italia, evidenziano una forte disuguaglianza nella distribuzione del patrimonio. Lo studio condotto da ricercatori delle Scuole Superiori Sant’Anna di Pisa e dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca ha analizzato il sistema fiscale italiano e ha rilevato che la tassazione è regressiva per i soggetti più ricchi. Mentre lo 0,1% dei contribuenti paga un’aliquota effettiva del 32,6%, un lavoratore dipendente del ceto medio paga circa il 45%. Questa regressività fiscale riduce il carico fiscale effettivo solo al vertice della piramide, danneggiando proprio chi sta peggio. La tassazione regressiva non contribuisce alla ricchezza collettiva, ma favorisce l’accumulo di capitali in poche mani.
Un’imposta sui grandi patrimoni potrebbe raccogliere 30 miliardi in più all’anno
Secondo lo studio, un’imposta netta dell’1,3% sull’1% più ricco potrebbe raccogliere circa 30 miliardi di euro all’anno, che gioverebbero a tutto il Paese. Applicando la stessa aliquota solo allo 0,1% più ricco, si otterrebbero circa 13,5 miliardi di euro, mentre applicandola esclusivamente ai miliardari, il gettito ammonterebbe a circa due miliardi di euro all’anno. Questi numeri dimostrano che una riforma fiscale progressiva potrebbe generare un significativo aumento di entrate, senza colpire i cittadini di basso reddito.
La concentrazione della ricchezza non genera vantaggi per il sistema Paese, ma pone un problema di equità. In virtù di ciò, lo studio considera tre scenari di riforma fiscale: una riforma con un sistema di tassazione unificato per i redditi da lavoro e da capitale; l’introduzione di imposte differenziate sui redditi da lavoro e da capitale; interventi mirati esclusivamente alla tassazione ottimale dei redditi da capitale. In tutti e tre gli scenari, l’aliquota media effettiva per il 7% più ricco dei contribuenti aumenterebbe, raggiungendo il 60% per lo 0,1% più abbiente.
In Regno Unito, un gruppo di circa 120 “milionari patriottici” ha inviato una lettera al premier Labour Andy Burnham, chiedendo un aumento dell’aliquota fiscale sui grandi capitali che superano i dieci milioni di sterline, portandola al 2%. Secondo le stime del gruppo, questa misura potrebbe raccogliere circa 24 miliardi di sterline all’anno, coinvolgendo meno dello 0,04% della popolazione britannica. L’iniziativa, promossa dall’organizzazione “Patriotic millionaires”, si basa su un modello di tassazione che coinvolge i ricchi stessi, senza l’intervento diretto della politica.
In California, un referendum per introdurre una tassa una tantum sui miliardari è in fase di raccolta firme. La proposta prevede un’imposta del 5% sui patrimoni superiori a 1,1 miliardi di dollari detenuti dai residenti californiani al primo gennaio 2026. Il 90% del gettito verrebbe destinato al sistema sanitario dello Stato, duramente colpito dai tagli federali. La proposta ha suscitato una forte opposizione da parte dei grandi della Silicon Valley, ma ha trovato supporto da parte di sindacati, accademici e leader politici come Bernie Sanders. Il referendum, che si terrà il 3 novembre 2026, potrebbe diventare un modello per altre regioni e Paesi. La tassazione dei grandi patrimoni non è solo un tema fiscale, ma una questione di equità e democrazia.
