Ingegnere informatico in Francia: “In Italia il lavoro è male organizzato, ma tornerei con più soldi e rispetto”

Ingegnere informatico in Francia: “In Italia il lavoro è male organizzato, ma tornerei con più soldi e rispetto”

Giampaolo Capelli, ingegnere informatico laureato a Bologna nel 2005, ha lavorato per sette anni in Italia prima di trasferirsi in Francia nel 2012. Oggi vive ad Antibes, nel sud della Francia, a pochi chilometri da Nizza, e ha costruito una vita lì, pur continuando a pensare alla città in cui è nato. La sua esperienza, però, lo ha portato a riflettere su come il lavoro in Italia non sia sempre organizzato e come il riconoscimento professionale manchi. “Tornerei in Italia se ci fossero più soldi e più rispetto”, dice con una voce chiara e diretta.

Un sistema che valorizza il lavoro tecnico

In Francia, Giampaolo ha trovato un sistema in cui il professionista tecnico può mantenere il proprio ruolo senza essere considerato una figura di serie B. Nella sua azienda, molti vengono assunti con la qualifica di “quadro”, una definizione che, secondo lui, “culturalmente porta anche un maggior rispetto”. Questo riconoscimento non è solo una questione di denaro, ma di valore attribuito al lavoro svolto, non solo a chi decide.

La differenza tra Italia e Francia

Giampaolo spiega che in Italia “tutti hanno voglia di uscire dal tecnico”. Sviluppatore, programmatore, ingegnere: se si resta a fare quel lavoro, sostiene, “si tira solo avanti”. Per migliorare lo stipendio e la posizione, bisogna diventare responsabile, team leader o dirigente. “Per guadagnare bisogna uscire dal tecnico”, afferma. In Francia, invece, il lavoro tecnico è visto come un’attività importante e non necessariamente inferiore a quella di gestione.

La differenza si sente anche nei ritmi di lavoro. Prima di partire, Giampaolo ricorda giornate in cui era normale restare in ufficio fino a tarda sera. “Eravamo in pochi, avevamo tantissimo lavoro e mal organizzato”. Anche la pausa pranzo diventava una corsa: “Se avevamo tempo attraversavamo la strada, compravamo un panino e tornavamo indietro”. In Francia, invece, la pausa tra le 12 e le 14 può significare andare al ristorante senza vivere quelle ore con la sensazione di essere sempre connessi al lavoro.

Una famiglia che cresce all’estero

Giampaolo si è sposato in Francia e lì sono cresciuti i suoi figli. Ha conosciuto il sistema di sostegno alle famiglie, come la CAF, e l’assistente materna, una soluzione alternativa al nido che gli ha permesso di organizzarsi quando non c’era posto per il suo primo figlio. Per alcuni mesi, quando lavorava a Nizza, lo lasciava all’assistente, andava in ufficio e lo recuperava la sera. Pagava tra 800 e 900 euro al mese, ma “lo Stato mi restituiva più della metà”. Non significa che in Francia tutto funzioni perfettamente, precisa. Ma per una famiglia che lavora, dice, esistono strumenti che rendono la vita più gestibile.

Nonostante tutto, la Francia non ha cancellato la nostalgia. Giampaolo continua a sentire Bologna, gli amici, la madre, quella familiarità che il tempo all’estero non riesce a sostituire. “Le persone qui sono un po’ più fredde”, osserva, anche perché nella zona in cui vive c’è un continuo via vai di persone che arrivano e ripartono. Lui stesso, però, riconosce di essersi integrato bene. Ha lavorato prima in una realtà internazionale dove la lingua ufficiale era l’inglese ed “eravamo tutti stranieri”, poi in un’azienda francese dove è uno dei pochi italiani. “Almeno tra quelli che hanno fatto degli studi, gli italiani sono ben visti”, racconta.