L’Iran impicca due ragazzi in piazza: il mondo resta a guardare
L’Iran impicca due ragazzi in piazza, il mondo resta a guardare.

Il 28 luglio 2026, in piazza Alikhani a Isfahan, l’Iran ha eseguito due giovani in modo pubblico, come parte di una serie di esecuzioni che seguono mesi di proteste. Abolfazl Sepahi Badjani e Amirhossein Safari Hosseinabadi, entrambi arrestati la notte dell’8 gennaio, sono stati impiccati senza alcun processo. La loro colpa? Aver partecipato alle manifestazioni che hanno scosso il Paese. Queste esecuzioni, condotte in modo crudele e disumano, rappresentano un ulteriore atto di terrorismo di Stato, che il regime usa per mettere paura e mantenere il controllo. Il mondo, però, sembra restare a guardare, scegliendo tra condanne di facciata e silenzi di comodo.
Un sistema giudiziario inesistente
Abolfazl e Amirhossein facevano parte di un gruppo di sessantadue persone arrestate la notte dell’8 gennaio. Per tre mesi sono stati sottoposti a interrogatori serrati e torture sistematiche, senza alcun accesso a un avvocato o a un dibattimento vero. Le aule di tribunale non esistevano, e i processi si svolgevano in videochiamata, con l’imputato solo e solo con due guardie e un giudice. La TV di Stato ha trasmesso un documentario di propaganda in cui i ragazzi sono costretti ad autoaccusarsi di inimicizia contro Dio e corruzione sulla Terra. Le Sezioni 9 e 39 della Corte Suprema hanno poi avallato le condanne a morte in serie, senza alcun appello. Queste non sono sentenze, ma esecuzioni scritte a tavolino.
La resistenza popolare e la repressione
Nella notte tra lunedì e martedì, quando si è diffusa la notizia che in piazza Alikhani stavano montando i tralicci e sistemando le gru, centinaia di cittadini sono scesi in strada. Hanno sfidato il coprifuoco e si sono mossi a mani nude contro le forze di sicurezza per cercare di fermare l’esecuzione. Il regime ha risposto con violenza, arrestando a caso chiunque si avvicinasse e non ha avuto pietà nemmeno per le madri che piangevano ai margini della piazza. La resistenza popolare, però, non è mai stata sufficiente a fermare il regime.
Con l’esecuzione di Abolfazl e Amirhossein, il numero dei manifestanti giustiziati dal 19 marzo ad oggi sale a ventisei. L’uso dell’impiccagione pubblica non ha niente a che vedere con la giustizia. È puro terrorismo di Stato. Riprendere la pratica medievale del patibolo in piazza serve al regime per mettere paura alla società e per mostrare forza dopo mesi di proteste che hanno scosso le basi della Repubblica Islamica. La risposta della comunità internazionale resta fatta di condanne di facciata, silenzi di comodo e calcoli geopolitici.
Il mondo vuole correre verso l’intelligenza artificiale e il futuro, ma in Iran il tempo resta fermo a un’epoca buia, prima di ogni segno di civiltà. Lo siamo ogni volta che accettiamo come normale un regime che impicca i suoi ragazzi sulle gru. Lo siamo quando la diplomazia si gira dall’altra parte e mette il realismo politico davanti alla vita di un giovane disabile di ventotto anni, la cui unica colpa è stata chiedere di poter respirare. Spetta a noi smettere di restare spettatori muti di questo scempio e chiedere che l’Iran risponda di ogni singola vita spezzata in nome di una tirannia, a mio avviso senza precedenti.
