Magnificat, il canto di Maria che invita la Chiesa a riconoscere la fragilità umana
Un libro di don Filippo Celona esplora il significato del Magnificat come invito all’accoglienza e alla prossimità.
Il Magnificat, il canto di Maria che riconosce le grandi opere di Dio, è al centro di un dibattito che coinvolge la Chiesa e la società contemporanea. Il libro di don Filippo Celona, pubblicato da Il Pozzo di Giacobbe nel maggio 2025, ha suscitato interesse durante un incontro tenutosi il 16 ottobre al Circolo di Compagnia di Leonforte. L’evento, promosso dall’Accademia di studi classici e filosofici Bent Parodi di Belsito, ha visto la partecipazione di sacerdoti, studiosi e cittadini, tutti interessati a riflettere sul significato del canto mariano e sulle sue implicazioni sociali e spirituali.
Un’umanità che non cancella la grandezza
Don Filippo Celona, sacerdote della diocesi di Piazza Armerina dal 2014, ha presentato il libro con un’approfondita analisi della figura di Maria. «Perfettamente umana e umanamente perfetta» è il titolo che sintetizza la sua riflessione. Maria non è vista come una figura astratta, ma come una donna del proprio tempo, capace di ascoltare, scegliere e agire. La sua fede si traduce in relazione e servizio, un movimento verso l’altro che costituisce una chiave di lettura del cantico. La sua grandezza non cancella la sua umanità; al contrario, si manifesta attraverso di essa.
La povertà non è solo materiale
Il Magnificat non è solo un inno di gratitudine, ma un annuncio di capovolgimento delle gerarchie. Dio «ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili» e «ha ricolmato di beni gli affamati». Questa prospettiva richiama la responsabilità della Chiesa verso chi vive situazioni di bisogno. La povertà, spiega Celona, non è solo materiale: può assumere la forma della solitudine, della fragilità, dell’emarginazione o dell’assenza di ascolto. Le periferie esistenziali, più volte richiamate da papa Francesco, comprendono anche quei luoghi umani nei quali le persone rischiano di essere dimenticate.
La prospettiva del Magnificat si estende anche al tema dell’accoglienza delle persone LGBT+. Durante l’incontro, è emersa la necessità di un’attenzione particolare verso chi vive situazioni di marginalità. L’«opzione preferenziale per i poveri», espressione consolidata nella dottrina sociale cattolica, non significa escludere qualcuno, ma riconoscere che le persone più esposte all’ingiustizia richiedono un’attenzione specifica. L’esperienza pastorale, come quella del convegno nazionale sulle buone pratiche di pastorale con persone omoaffettive e transgender, dimostra che è possibile promuovere ascolto e accompagnamento all’interno della Chiesa.
Un’attenzione alla persona
Il tema dell’accoglienza non si limita alle periferie sociali, ma include anche i giovani. Come raggiungere le nuove generazioni in una società segnata da cambiamenti profondi e da una crescente difficoltà di comunicazione tra adulti e ragazzi? Occorre ascoltarli, comprenderne le inquietudini e riconoscere anche la responsabilità educativa di chi li accompagna. Famiglie, scuola, istituzioni e comunità ecclesiale sono chiamate a contribuire alla crescita di relazioni fondate sulla solidarietà, sulla fraternità e sul rispetto.
La figura di Maria, con il suo sì e il suo canto, rappresenta un modello di accoglienza e di prossimità. Il suo canto riconosce l’opera di Dio e annuncia una promessa di riscatto per chi non ha voce. La fede non elimina la fragilità umana, ma può diventare la forza che spinge a riconoscerla, ad accoglierla e a farsene carico. Il Magnificat, quindi, non è solo un inno spirituale, ma un invito a una Chiesa che si ponga in ascolto, si impegni a riconoscere la dignità di ogni persona e si faccia prossima a chi rischia di essere dimenticato.
