Pogrom dei coloni a Jalud: «Tutto è stato distrutto»
Pogrom a Jalud: coloni bruciano casa palestinese, famiglia sfollata per mesi.
La notte del 23 settembre, a Jalud, nel nord della Cisgiordania, un gruppo di coloni ha dato fuoco alla casa della famiglia al-Tubasi, distruggendo ogni cosa in pochi minuti. La famiglia, sfollata da oltre due mesi a causa delle violenze dei coloni, aveva appena iniziato a tornare a casa, dopo un ordine della Corte israeliana. Ma l’arrivo di decine di coloni ha interrotto il ritorno, con pietre lanciate contro le finestre e un incendio che ha distrutto la casa. «Tutto era stato distrutto», ha raccontato Mahmoud al-Tubasi, 60 anni, che ha visto la sua casa ridotta a cenere.
Violenze dei coloni e mancanza di intervento
La famiglia al-Tubasi era stata costretta a lasciare la casa il 22 luglio, dopo cinque giorni di assedio. I coloni avevano interrotto l’accesso all’acqua e all’elettricità e bloccato la strada che conduce alla collina. «Nessuno ci può aiutare in queste occasioni», ha detto Mahmoud, che ha raccontato di aver visto i coloni entrare in casa e bruciarla. L’esercito israeliano, pur avendo informato la famiglia del ritorno, non è riuscito a proteggerla. «I coloni sono riusciti a entrare in casa e a raggiungerci anche sul tetto», ha spiegato. L’unica forma di intervento è stata l’uso di gas lacrimogeni, ma non è stato sufficiente.
La casa è stata distrutta, ma la voce di Mahmoud al-Tubasi è forte. La famiglia ha visto i coloni entrare in casa, lanciare pietre e dare fuoco alla struttura. L’esercito ha cercato di disperdere i coloni, ma non è riuscito a salvare la casa. «Tutto era stato distrutto», ha detto Mahmoud, che non tornerà a Jalud finché le autorità israeliane non garantiranno la sicurezza della sua famiglia.
Intervento americano e protezione dei coloni
Secondo il quotidiano israeliano Haaretz, durante l’assedio di Jalud erano presenti almeno 100 coloni, un numero confermato anche dall’esercito israeliano. Gli abitanti del villaggio palestinese credono che molti di loro siano arrivati dagli avamposti e insediamenti costruiti negli ultimi anni sulle colline circostanti, tra cui quello di Rachel. L’assedio ha coinvolto non solo la famiglia al-Tubasi, ma l’intero villaggio, con case e veicoli bruciati senza che l’esercito intervenisse o mandasse rinforzi.
La protezione dei coloni da parte del governo israeliano alimenta le violenze. La situazione è stata resa più complessa dall’intervento diplomatico americano. Solo l’azione dell’ambasciatore americano Mike Huckabee, che ha definito le violenze dei coloni come «terrorismo», ha messo fine all’assedio a Qusra, un altro villaggio vicino a Jalud. «Solo l’intervento diplomatico ha salvato la situazione», ha detto un abitante del villaggio. Tuttavia, la protezione dei coloni da parte del governo israeliano continua a alimentare le violenze.
Le violenze a Jalud sono direttamente conseguenti alle dichiarazioni del ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, che ha affermato che «Israele deve andare in guerra in Cisgiordania». La protezione governativa dei coloni ha reso possibile l’espansione dei loro insediamenti e l’incremento delle violenze. «La responsabilità è dell’esercito e della polizia, sono loro che devono occuparsi del ritorno della mia famiglia e di ricostruire tutto», ha detto Mahmoud al-Tubasi, che non tornerà a Jalud finché le autorità israeliane non garantiranno la sicurezza della sua famiglia. La situazione in Cisgiordania non è più neutrale. Mentre la famiglia al-Tubasi attende una decisione, l’occupazione continua ad avanzare. I coloni, supportati dal governo, tentano di guadagnare terreno giorno per giorno, in vista delle prossime elezioni politiche previste per il 27 ottobre. La violenza non si ferma, e le conseguenze si fanno sempre più gravi per i palestinesi.
