La ricerca della verità dopo 40 anni: i genitori di Claudio Domino raccontano

I genitori di Claudio Domino, ucciso nel 1986, chiedono giustizia dopo 40 anni senza risposte.

Da quarant’anni, i genitori di Claudio Domino, Graziella e Ninni, chiedono verità e giustizia per l’omicidio del loro figlio, avvenuto il 7 ottobre 1986. Il bambino, all’epoca di 11 anni, fu ucciso da un killer in un quartiere palermitano ad alta densità mafiosa. Nessuno è ancora stato condannato per l’atto brutale, e i genitori, con il dolore che li accompagna ogni giorno, continuano a sperare in una risposta certa.

Un dolore senza fine

«La parola vendetta nel nostro vocabolario non c’è», dicono Graziella e Ninni, che da quarant’anni vivono con il ricordo di Claudio. Il loro dolore non si è mai placato, anzi, si è trasformato in una testimonianza viva per le nuove generazioni. «Siamo come due candele che si vanno sciogliendo giorno dopo giorno», racconta Ninni, con un’immagine di invecchiamento e di speranza. La famiglia ha perso il loro figlio, ma non la loro determinazione.

Un omicidio senza colpevoli

Il 7 ottobre 1986, Claudio fu ucciso mentre giocava con un amico nel quartiere di San Lorenzo, a Palermo. L’uomo, con una moto di grandi dimensioni, si fermò e chiese chi fosse Claudio. Dopo la risposta, sparò in mezzo agli occhi, uccidendolo sul colpo. Da quel momento, la famiglia ha vissuto un vuoto che non si è mai colmato. «Non abbiamo mai avuto alcuna risposta certa», dice Graziella, che ha seguito ogni processo e ogni indagine, ma senza risultati. «Non mi chiedete il perché, non lo so, però c’è quel “noi” pronunciato da Giovanni Bontade in aula», ricorda Graziella, riferendosi a un momento cruciale del maxiprocesso. L’avvocato e mafioso, con le sue parole, ha aperto un mondo di sospetti e di responsabilità. «Fino a quel momento, non si era parlato di associazione mafiosa», spiega, sottolineando come il caso abbia avuto un impatto profondo sulla giustizia.

La memoria come testimonianza

La famiglia Domino, attraverso il loro dolore, ha scelto di trasformare la sofferenza in una testimonianza. «Facciamo memoria perché qualcuno un giorno dovrà chiedersi: chi era Claudio Domino?», dice Ninni. I genitori incontrano i ragazzi nelle scuole, raccontando la storia del loro figlio e sperando che i giovani possano trovare risposte. «I ragazzi chiedono una cosa terribile: perché non vi siete vendicati?», racconta Graziella, che cerca di spiegare loro che la giustizia è la cosa più importante.

«Qualche ragazzino ci dice: “Io l’avrei ammazzato”», racconta Ninni, ma la moglie Graziella spiega che «sangue chiama sangue, ma la legge del taglione non è una cosa buona per la nostra società». La famiglia, con la sua esperienza, cerca di insegnare ai giovani che la cultura e l’istruzione sono la vera arma contro la criminalità. «Questa è la terra di nostro figlio», dice Ninni, riferendosi alla Sicilia, un luogo che ha visto tanta brutalità, ma anche tanta umanità. «Non è solo terra di mafia, è terra di gente che ha amore nei suoi confronti», conclude, con una speranza che non si spegne mai.

La ricerca della verità per Claudio Domino continua, anche se i genitori non hanno ancora ricevuto risposte certe. Il loro dolore, però, è diventato una luce per le nuove generazioni, un ricordo che vive e si trasmette. «Pensi che oggi Claudio sarebbe un papà, avrebbe dei figli, forse mi avrebbe reso nonno», dice Ninni, con un’immagine di un futuro che non è mai arrivato.