I Bronzi di Riace, un ritrovamento che rivoluzionò l’archeologia italiana
Due statue greche ritrovate nel 1972 a Riace Marina, simbolo dell’arte classica e della cultura greca in Calabria

Il 16 agosto 1972, lungo la costa ionica calabrese, due statue in bronzo di origine greca riemersero dal mare, segnando un momento epocale per l’archeologia italiana. Il subacqueo romano Stefano Mariottini, durante un’immersione a Riace Marina, individuò due figure umane seminascoste nel fondale. La scoperta, inizialmente considerata un corpo in decomposizione, si rivelò uno dei più importanti ritrovamenti archeologici del Novecento. I due guerrieri, noti come Bronzi di Riace, sono oggi simboli universali dell’arte greca e del patrimonio archeologico italiano.
Un ritrovamento che cambiò la storia dell’archeologia
La scoperta fu segnalata alle autorità competenti e, nei giorni successivi, si organizzarono le operazioni di recupero. I due bronzi, rimasti sott’acqua per secoli, erano quasi completamente nascosti e sorprendentemente integri. Il loro ritrovamento rappresentò un momento decisivo, ma anche l’inizio di un lungo percorso di studio e conservazione. La permanenza in mare aveva favorito la formazione di incrostazioni e depositi, che richiedevano interventi specifici per evitare processi di deterioramento. Le analisi mostrarono che le statue erano state realizzate mediante la tecnica della fusione a cera persa, un procedimento che permetteva di ottenere forme complesse e dettagli estremamente precisi. Le diverse parti del corpo furono realizzate separatamente e poi unite, con l’uso di materiali diversi per alcuni dettagli anatomici. Questo approccio tecnico rivela un livello di abilità artigianale straordinario.
Due figure diverse, ma con un linguaggio artistico comune
Le due statue, denominate Statua A e Statua B, presentano caratteristiche distintive. La Statua A, il guerriero giovane e impetuoso, mostra un volto energico e una muscolatura potente, mentre la Statua B, il guerriero maturo, ha un volto più severo e una posizione complessiva che comunica autorità. Le differenze tra le due figure hanno spinto gli studiosi a interrogarsi sulla possibilità che le opere siano state realizzate in momenti diversi. Nonostante le differenze, i due personaggi appaiono legati da una comune concezione eroica del corpo umano e da un linguaggio artistico riconducibile alla grande scultura greca dell’età classica. Le analisi hanno rivelato che le statue furono realizzate mediante la tecnica della fusione a cera persa, un procedimento che permetteva di ottenere forme complesse e dettagli estremamente precisi. Le diverse parti del corpo furono realizzate separatamente e poi unite, con l’uso di materiali diversi per alcuni dettagli anatomici.
I Bronzi di Riace sono profondamente legati alla Calabria e alla storia della Magna Grecia. Le coste calabresi furono infatti interessate, a partire dall’antichità, dalla presenza di importanti città greche. Reggio, Locri, Crotone, Sibari e altre comunità furono protagoniste di una civiltà raffinata, capace di dialogare con il Mediterraneo. Il ritrovamento dei due guerrieri ha rafforzato l’attenzione internazionale verso questo patrimonio, che è diventato una porta d’ingresso per conoscere non solo la scultura greca, ma anche la storia archeologica dell’intera regione.
La loro presenza a Reggio Calabria permette di collegare il capolavoro artistico al territorio che lo ha restituito e al contesto culturale del Mediterraneo antico. Il valore delle statue non può quindi essere separato dal mare, dalla costa ionica e dalla storia millenaria della Calabria. I Bronzi di Riace sono un simbolo culturale della Calabria, un legame tra passato e presente, tra arte e identità regionale.
