Il caldo e la siccità mettono in crisi la produzione vinicola in Italia
Il caldo e la siccità mettono in crisi la produzione vinicola in Italia, con un anno 2026 estremo per i viticoltori.
Il 2026 è stato un anno estremo per i viticoltori italiani, con temperature elevate, siccità e eventi climatici estremi che hanno messo in crisi la produzione vinicola. La vendemmia, solitamente distribuita su alcune settimane, è stata compressa in pochi giorni, spesso molto caldi, in tutta Italia. A Franciacorta, nel nord Italia, la raccolta è iniziata a luglio, un evento raro che ha costretto i viticoltori a anticipare la stagione. L’anticipo della vendemmia, però, non è bastato a salvare la produzione, che ha subito perdite significative.
Le condizioni climatiche hanno accelerato la maturazione
Dal febbraio al giugno 2026, le temperature sono state più alte della media, causando un germogliamento precoce delle viti e accelerando la maturazione dei frutti. Verso la fine di maggio, le grandinate intense hanno danneggiato i primi raccolti, mentre le ondate di calore hanno ulteriormente accelerato la maturazione. La carenza d’acqua, dovuta a un piovoso inferiore al solito, ha aumentato la concentrazione di zuccheri nell’uva, portando a un aumento del grado alcolico del vino. Questo, però, non è apprezzato nel mercato attuale, che predilige vini più leggeri.
La mancanza d’acqua ha costretto i viticoltori a prendere misure drastici per proteggere la produzione. In Campania, solo l’1,17 per cento dei vigneti viene irrigato, e l’irrigazione, considerata una pratica di forzatura, è stata vietata per anni. Ora, grazie a una legge approvata nel 2016, è ammessa l’irrigazione di soccorso, ma non tutte le tecniche sono efficaci e costano molto. Inoltre, la percentuale di aziende viticole in Italia che hanno accesso all’acqua per irrigare non supera il 20 per cento, un dato che si spiega sia con la tradizione della coltivazione che con le leggi che regolano la produzione del vino.
Le soluzioni si fanno sempre più complesse
Per adattarsi al nuovo clima, i viticoltori stanno cercando varietà di vite più resistenti, pur tenendo conto dei limiti imposti dai disciplinari di produzione. In Franciacorta, ad esempio, il disciplinare della DOCG è stato modificato per includere fino al 10 per cento di un antico vitigno locale che matura un mese più tardi e mantiene un’acidità elevata anche ad alte temperature. Alcune aziende stanno anche sperimentando le Tecniche di Evoluzione Assistita (TEA), che permettono di modificare alcuni caratteri genetici dei vitigni rendendoli più resistenti.
Le scelte fatte al momento dell’impianto condizionano l’azienda per molto tempo. La viticoltura, infatti, è una coltura perenne e un vigneto viene progettato per durare decenni. Per questo, i viticoltori devono fare scelte strategiche che potrebbero influenzare la produzione per anni. Inoltre, lo spostamento dei vigneti verso aree con condizioni climatiche più favorevoli, come ad altitudini maggiori, crea non pochi problemi per chi vive nei territori che tradizionalmente coltivano la vite. La spostamento dei vigneti, però, non è sempre una soluzione semplice. A quote più alte, ci sono anche meno terreni disponibili, la pendenza è maggiore, la viabilità è limitata ed è molto più complicato meccanizzare il lavoro. Per questo è stata definita “viticoltura eroica”. Viene praticata da tempo, e in Alto Adige già dieci anni fa più della metà degli impianti era sopra i 500 metri. I disciplinari, però, fissano anche un limite di massima altitudine.
