La fine del Grand Hotel di Riccione dopo anni di gestione abusiva
Il Grand Hotel di Riccione è stato sequestrato dopo anni di gestione illegale e fallimento. La Marebello è accusata di bancarotta fraudolenta.

La fine di un simbolo della riviera romagnola
Martedì mattina, il Grand Hotel di Riccione è stato messo sotto sequestro da una trentina di agenti della guardia di finanza, che hanno perquisito l’albergo con cani addestrati nella ricerca di denaro contante. L’operazione ha visto l’allontanamento di una quindicina di turisti arabi che si trovavano all’interno dell’hotel. L’albergo, storico simbolo del turismo di lusso della riviera romagnola, era stato dichiarato fallito da tre anni, ma la sua gestione continuava in modo abusivo. L’hotel, inaugurato ai tempi del fascismo, ha visto negli anni passare attraverso diverse gestioni, ma la sua fama è rimasta intatta grazie a ospiti illustri e eventi di rilievo.
La struttura, con quattro piani, una piscina e un giardino, era in gran parte in stato di abbandono, ma veniva utilizzata per ospitare turisti che pagavano in contanti. La procura di Rimini ha ritenuto che la Marebello Spa, la società che gestiva l’hotel, avesse continuato a gestirlo illegalmente nonostante il fallimento dichiarato nel 2023. La struttura è stata sequestrata insieme ad altri immobili in diverse regioni, per un totale di beni per 29 milioni di euro.
Un’eredità di gestioni e scandali
Il Grand Hotel ha una storia lunga e complessa, che si intreccia con la politica e la vita mondana della riviera romagnola. Fu inaugurato ad agosto del 2029, progettato dall’architetto Rutilio Ceccolini, e commissionato dall’imprenditore milanese Gaetano Ceschina, un personaggio influente che contribuì alla crescita economica e turistica della zona. Alla cerimonia d’inaugurazione partecipò Edda Mussolini, figlia di Benito, che aveva una villa estiva vicino all’albergo e vi soggiornò spesso negli anni successivi. La gestione dell’hotel passò poi al figlio di Ceschina, Mario, imprenditore noto soprattutto nel settore sanitario, che nel 1976 fu rapito in circostanze mai del tutto chiare, forse dalla ‘ndrangheta, e non fu mai più ritrovato. Dopo la morte di Ceschina, l’hotel fu ereditato dalla vedova, Nora Molinari, che lo lasciò ad Andreatta, un ex amministratore della Marebello. Fu con la sua gestione che il Grand Hotel divenne un simbolo della vita mondana romagnola negli anni Ottanta.
Un declino economico e una gestione fraudolenta
Il declino del Grand Hotel iniziò negli anni Novanta, a causa di una gestione economica poco accorta. Si accumularono debiti, e dopo varie vicissitudini, nel 2023 la Marebello fu dichiarata in fallimento. La società, che possedeva anche il Deja Vu, il Paco Beach e la piadineria Oasi, fu liquidata formalmente dal tribunale. Tuttavia, Andreatta, che aveva 75 anni e viveva in realtà al Grand Hotel, non consegnò la struttura al curatore fallimentare nominato.
Secondo le indagini della procura, la Marebello accumulò debiti anche attraverso un sistema di società prestanome che non pagavano l’affitto, contribuendo allo stato di insolvenza. La società avrebbe anche dato false comunicazioni ai creditori riguardo la sua situazione economica, continuando a gestire l’hotel in modo illegale dopo il fallimento. Sono indagate sei persone, tra cui Andreatta, per bancarotta fraudolenta. L’albergo, simbolo di un’epoca, ha visto la fine di un’era, ma il suo legame con la storia e la cultura romagnola rimarrà indelebile.
