Il Medio Oriente si trova in una condizione di instabilità permanente

Il Medio Oriente rischia instabilità permanente a causa della strategia iraniana su Hormuz.

Stretto di Hormuz, tensioni geopolitiche, Iran e Stati Uniti in conflitto
Stretto di Hormuz, tensioni geopolitiche, Iran e Stati Uniti in conflitto

Il Medio Oriente si trova in una condizione di instabilità permanente, a causa della strategia iraniana volta a utilizzare lo Stretto di Hormuz come leva di pressione. La regione, che per decenni ha rappresentato il principale corridoio energetico del mondo, è diventata una leva strategica in grado di condizionare mercati, diplomazia e sicurezza del Golfo. Suzanne Maloney, vicepresidente e direttrice del programma di politica estera della Brookings Institution, spiega che la minaccia di interrompere i flussi energetici è diventata uno strumento di pressione più potente della forza militare.

La strategia iraniana e la nuova realtà geopolitica

Teheran ha trasformato la vulnerabilità energetica della regione in uno strumento di pressione. Non è necessario chiudere completamente lo Stretto di Hormuz per ottenere un effetto enorme: basta dimostrare di poterlo fare. Questo ha reso Hormuz una vera “arma di distruzione di massa”, in quanto la capacità militare limitata può produrre conseguenze economiche e politiche sproporzionate rispetto alla forza impiegata. La strategia iraniana della massima pressione ha funzionato, ma ha lasciato aperte alcune questioni sulle capacità future di Teheran.

La fiducia iraniana e il ritiro americano

Il ritiro degli Stati Uniti dal 2018 ha distrutto la fiducia iraniana negli accordi con Washington. L’accordo nucleare del 2015 aveva funzionato sul piano della verifica degli impegni iraniani, ma il ritiro americano ha reso insicuri gli impegni futuri. A Teheran quasi nessuno crede più che gli impegni americani siano davvero duraturi. Questo ha portato a una situazione in cui la regione non può contare su un accordo stabile, e la tensione si è intensificata. La guerra di Hormuz rappresenta un ulteriore elemento di instabilità. Gli Stati Uniti, pur avendo capacità enormi, non hanno una via d’uscita militare semplice per risolvere il problema. Un’operazione militare sarebbe complessa, lunga e rischiosa, potendo provocare un conflitto regionale più ampio. La strategia iraniana ha funzionato, ma non ha eliminato la volatilità.

Il rischio maggiore è che l’instabilità diventi la nuova normalità. Nessuno vuole una guerra totale, ma tutti utilizzano strumenti sempre più aggressivi. La regione è intrappolata in una condizione permanente di instabilità, dove nessuno riesce più a costruire una pace duratura. La situazione si complica ulteriormente con il ruolo di Israele, che considera l’Iran una minaccia strategica esistenziale e ha dimostrato di essere disposto a usare la forza per impedirne il rafforzamento militare. Ogni escalation aumenta il rischio che una crisi limitata diventi un conflitto più ampio.

La presenza americana, che protegge ancora gli alleati del Golfo, non elimina ogni rischio. I paesi del Golfo stanno cercando maggiore autonomia, desiderando mantenere il rapporto con Washington ma allo stesso tempo diversificare le proprie relazioni economiche e diplomatiche, anche con la Cina. La crisi di Hormuz rappresenta un punto di svolta per la regione, in cui la strategia iraniana ha trasformato una minaccia in un potente strumento di pressione, con conseguenze che si estendono ben al di là del Golfo.