A Venezia non bastano le dichiarazioni d’amore, serve una prova di responsabilità

Il Gazzettino denuncia la crisi di Venezia: non basta amarla, serve un piano concreto per salvare la città.

Venezia non è più una città che si può salvare con dichiarazioni d’amore. È una sfida complessa, che va affrontata con responsabilità, risorse e obiettivi chiari. La città, simbolo di cultura e storia, si trova a un bivio: o si riconosce la sua fragilità e si agisce, o si continua a rimandare, alimentando un meccanismo che la svuota giorno dopo giorno. Il Gazzettino, con un editoriale del direttore De Paolini, ha lanciato una provocazione: non basta amarla, serve una prova di responsabilità.

Emergenze silenziose che minano la città

Le emergenze che arrivano dal mare, come il Mose, non sono più l’unica preoccupazione. Lo spopolamento, la fuga dei giovani, la scomparsa delle botteghe e la dipendenza economica dal turismo sono minacce silenziose ma devastanti. La città, che una volta era un centro di vita e lavoro, oggi si trova a perdere pezzi della sua identità. Non si tratta solo di un problema settoriale, ma di una sfida che riguarda l’economia, la demografia, la cultura e il ruolo internazionale dell’Italia. La vera questione non è soltanto quanti soldi trovare, ma quale Venezia costruire. La città ha bisogno di tornare a vivere, non di essere imbalsamata. Non si tratta di un problema di turismo, ma di un modello economico che rischia di distruggere le condizioni di vita della città. La sua sopravvivenza dipende da una strategia diversa, sostenibile e inclusiva.

Una legge speciale, ma non solo parole

Una legge speciale potrebbe essere l’arma necessaria per dare a Venezia i poteri adeguati alla sua condizione unica. Tuttavia, non può diventare un contenitore di buone intenzioni. Servono responsabilità definite, risorse certe, tempi vincolanti e obiettivi misurabili. Il sindaco Simone Venturini ha già tracciato una strada, anticipando un progetto organico che coinvolge le grandi capitali mondiali. L’auspicio è che questa apertura si traduca in un programma pubblico, verificabile e concreto. Non si tratta solo di trovare soldi, ma di costruire una Venezia che abbia futuro. La domanda cruciale è: rende Venezia più abitabile e produttiva oppure alimenta il meccanismo che la sta svuotando? La risposta deve essere ambiziosa: una città che non si limiti a conservare il passato, ma che lo usi per inventare il domani.

La bellezza non deve essere soltanto contemplata, ma deve generare lavoro, innovazione e comunità. La città ha bisogno di tornare a vivere. Non di essere imbalsamata, ma di essere un luogo in cui si può crescere, lavorare e immaginare il futuro. La sua sopravvivenza dipende da una strategia economica che non si basi solo sul turismo, ma su un modello diverso, sostenibile e inclusivo.

Il mondo continuerà a venirci finché esisterà.
La domanda è se, dietro le facciate illuminate e i riflessi ammalianti dei canali, continuerà a esistere anche una città vera.