L’agente USA che ha visto la guerra da dentro: «I miei dispacci diventavano morte»

Un agente Usa ha rivelato come il lavoro di intelligence abbia portato a un senso di colpa profondo, dopo un bombardamento su una scuola iraniana.

Un agente Usa racconta il senso di colpa dopo aver contribuito a bombardamenti in Iran, con immagini di tombe di bambini
Un agente Usa racconta il senso di colpa dopo aver contribuito a bombardamenti in Iran, con immagini di tombe di bambini

Un agente segreto degli Stati Uniti ha rivelato come il lavoro di intelligence abbia portato a un senso di colpa profondo, dopo un bombardamento su una scuola iraniana. Jane Doe, una donna che ha trascorso quasi undici anni a monitorare comunicazioni in una lingua straniera, ha descritto come ogni informazione raccolta potesse trasformarsi in un ordine di attacco. La sua voce, arrivata attraverso una connessione protetta, è stata interrotta da un’incertezza: «Forse è la linea. O forse la tensione». Jane ha lavorato per l’Air Force nel sud degli Stati Uniti, seduta davanti a uno schermo, con le cuffie, per ascoltare voci che, in un primo momento, sembravano solo informazioni operative. Con il tempo, però, ha iniziato a capire che ogni dato raccolto poteva portare a un destino tragico.

La guerra moderna e il peso della coscienza

La guerra moderna, come racconta Jane, funziona in modo diverso: qualcuno preme un bottone negli Stati Uniti e, a migliaia di chilometri di distanza, un drone colpisce. «Poi torni a casa, accendi il telegiornale e vedi i feriti, le vite spezzate e gli ospedali distrutti. E capisci che la distanza non ti protegge», dice. Il conflitto con l’Iran, iniziato il 28 febbraio con gli attacchi di Washington e Israele, ha portato a un senso di colpa che si è fatto strada dentro di lei. Jane ha studiato il farsi e la cultura iraniana, ma non ha mai messo piede in Iran. «All’inizio non sembrava neppure qualcosa di militare: imparavi parole nuove, guardavi film, assaggiavi cibi diversi. Poi l’addestramento finisce, e quelle stesse persone diventano il tuo nemico», racconta.

La crepa nella sua coscienza si è aperta con il bombardamento della scuola elementare femminile Shajareh Tayyebeh di Minab, il 28 febbraio. L’immagine di una distesa infinita di tombe scavate con precisione millimetrica ha dato forma a un senso di colpa impossibile da ignorare. Le stime oscillano tra 157 e 168 morti, almeno 123 dei quali bambine tra i sette e i dodici anni. Jane precisa di non aver partecipato direttamente all’attacco, ma la domanda che portava con sé ogni giorno era una sola: «Sarò coinvolta nella prossima scuola bombardata?». «Sapevo che il mio lavoro stava causando direttamente del male. Questa consapevolezza stava distruggendo la mia salute mentale. A volte mi svegliavo di colpo assalita dagli incubi. Così ho capito che dovevo trovare una via d’uscita», dice.

La sua ricerca di una via d’uscita ha portato a contattare la GI Rights Hotline, il servizio gratuito e confidenziale che assiste chi entra in conflitto con il proprio servizio militare.

Tra marzo e aprile, quelle chiamate sono aumentate di oltre il doppio, superando le 400 al mese. «Sono quelle persone che, spesso, ci chiamano», racconta Lenore, una delle operatrici del servizio. «Nella guerra contemporanea, dietro ogni attacco ci sono decine di persone, strumenti e tecnologie. E ciascun ingranaggio di quella macchina può sentire il peso di ciò che è accaduto». Lenore e Steve, il suo compagno, hanno visto crescere il numero di chiamate, con soldati e riservisti che cercano un angolo della base dove nessuno possa sentirli.

Una decisione e un sollievo

Il 7 aprile, Jane ha letto una dichiarazione di Donald Trump su Truth, in cui si parlava di un’intera civiltà che «morirà stanotte». Per lei, quelle parole hanno suonato come una minaccia di attacco nucleare. «Per me significava voler cancellare l’Iran, uccidere milioni di persone. Era più di quanto potessi sopportare. Quello stesso giorno ho chiesto di avviare la procedura per l’obiezione di coscienza», racconta. La procedura è lunga e richiede un dossier, colloqui con uno specialista della salute mentale e un cappellano, verifiche e passaggi lungo la catena di comando. Jane ha più fortuna: le restano 122 giorni di servizio, e i suoi superiori sanno che la procedura durerebbe più del tempo che le rimane nell’Air Force. Decidono così di ritirarla dal suo ruolo operativo.

Per lei è abbastanza perché possa accendere il telegiornale senza domandarsi se, dietro le immagini del prossimo bombardamento, ci sia ancora il suo lavoro.