Allocazione azionaria al 72% dal 1969, ma i mercati non ignorano il rischio
Allocazione azionaria al 72% dal 1969, tassi in aumento e rischio di drawdown: i mercati non ignorano il cambiamento.
Il portafoglio degli investitori non è mai stato così azionario dal 1969, ma adesso potrebbe rappresentare un rischio non trascurabile. L’allocazione azionaria media degli investitori si attesta al 72%, un livello mai registrato in oltre cinquant’anni. Questo dato, fornito da Wells Fargo, segnala un’evoluzione del mercato che ha visto un aumento esponenziale della quota azionaria, spesso senza una scelta consapevole da parte degli investitori. La situazione si complica ulteriormente con l’aumento dei tassi di interesse e la riduzione dei rendimenti delle obbligazioni, fattori che stanno modificando la strategia ottimale di investimento.
La matematica del rendimento privo di rischio
La matematica cambia quando il tasso privo di rischio sale. Il concetto chiave è quello di allocazione ottimale in funzione del rendimento privo di rischio, cioè il rendimento ottenibile senza assumersi un rischio di credito significativo. Quando i titoli di Stato a dieci anni rendevano vicino allo zero, detenere azioni era quasi una necessità. Con un’obbligazione governativa che supera il 5% annuo, la matematica cambia. Storicamente l’S&P 500 ha reso intorno al 10% annuo in termini nominali, circa il 7% al netto dell’inflazione, ma con una volatilità incomparabilmente più alta di un titolo di Stato. La differenza tra rendimento azionario e rendimento privo di rischio si riduce, aumentando il rischio per l’investitore. Wells Fargo stima che, nell’attuale contesto di tassi, l’allocazione corretta sarebbe più vicina al 60% azionario e 40% obbligazionario, il tradizionale portafoglio bilanciato che per anni era stato considerato obsoleto proprio in assenza di rendimenti sui bond.
La Federal Reserve e l’impatto sui mercati
Mercoledì 16 settembre la Federal Reserve ha alzato i tassi di 25 punti base, portandoli nella forchetta tra il 3,75% e il 4%. È il primo rialzo da luglio 2023, ed è arrivato con un voto unanime, 12 favorevoli e nessun contrario. L’unanimità conta. A luglio tre presidenti di Fed regionali avevano votato contro chiedendo un aumento, il numero più alto in una sola direzione dal 2016, mentre la Casa Bianca chiedeva tagli.
La Fed appare orientata a restare restrittiva, con proiezioni di tassi al 4,125% a fine anno. Il problema di un’allocazione azionaria così elevata in questo scenario sta nel meccanismo di compressione dei multipli. Quando aumenta il tasso con cui si attualizzano i flussi di cassa futuri di un’azienda, il valore presente di quegli stessi flussi diminuisce in modo matematicamente prevedibile. Le società a bassa capitalizzazione e quelle più dipendenti dal credito sono storicamente le più vulnerabili, perché i loro costi di indebitamento salgono in misura sproporzionata rispetto a quelli delle grandi società con bilanci solidi.
Le tensioni in Medio Oriente hanno colpito infrastrutture critiche per il trasporto di petrolio. L’Arabia Saudita ha dichiarato una riduzione della capacità produttiva di circa 600.000 barili al giorno dopo gli attacchi ai propri impianti energetici. Il WTI ha superato quota 100 dollari al barile, anche se nelle ultime sedute è arretrato verso i 101 dollari, con il Brent a 104,6, dopo che Riad ha aperto una via di esportazione alternativa attraverso l’Oman.
La Cina resta la variabile meno leggibile. Dopo mesi di importazioni ridotte, che hanno contribuito a contenere i prezzi, sono emersi segnali di una ripresa degli acquisti. È un’inflazione da offerta che le banche centrali faticano a contrastare direttamente: alzare i tassi non produce più barili. In questo contesto, la domanda più utile non riguarda dove arriverà l’S&P 500 a fine anno, ma quanto drawdown si è in grado di sopportare, emotivamente e finanziariamente, prima di essere costretti o tentati di vendere.
