La bancarella dei cugini Sonnino torna al Colosseo dopo 11 anni grazie a una sentenza del Consiglio di Stato
Dopo 11 anni di assenza, la bancarella dei cugini Sonnino torna al Colosseo grazie a una sentenza del Consiglio di Stato. L’attività è tornata a San Pietro, ma resta aperto il nodo con la Soprintendenza.

La bancarella dei cugini Giacomo e Angelo Sonnino è tornata vicino al Colosseo dopo 11 anni di assenza, grazie a una sentenza del Consiglio di Stato. Dopo la decisione del Comune di Roma del 2014 di spostare i venditori lontano dai monumenti, la famiglia ha dovuto abbandonare la zona e trasferirsi a San Pietro. Ora, con un provvedimento del Consiglio di Stato, la bancarella è tornata nei pressi dell’Arco di Costantino, a Roma. La decisione, arrivata il 28 luglio, ha accolto il ricorso degli operatori e disposto il temporaneo reinsediamento nelle postazioni originarie. La famiglia, che ha trasmesso la professione da generazione in generazione, ha fatto di tutto per rispettare le normative, incluso l’acquisto di un banco-tipo richiesto dal Comune. Tuttavia, il ritorno al Colosseo non è ancora definitivo: resta aperto il nodo con la Soprintendenza, che potrebbe mettersi di traverso.
La storia degli “urtisti” e la loro tradizione
La professione degli “urtisti”, come racconta Giacomo Sonnino, ha radici antiche e legata a una storia di resistenza e adattamento. La parola “urtista” deriva da un’umiliazione subita dagli ebrei nel ghetto romano, che venivano costretti a uscire per vendere simboli religiosi cristiani. Con il tempo, questa pratica è diventata un lavoro stabile, specialmente dopo il dopoguerra. La famiglia Sonnino, come tanti altri, ha trasmesso la professione da generazione in generazione, con il nonno che ha iniziato a lavorare a fine Ottocento e il figlio David che oggi ha 30 anni. La vendita per strada, però, è un lavoro difficile: si svolge sotto il sole e la pioggia, con la necessità di attenzione e cura per le persone.
La tradizione degli urtisti è legata a una storia di resistenza e adattamento, ma oggi si trova a lottare per il riconoscimento.
La decisione del Comune e il trasferimento a San Pietro
Nel 2014, il Comune di Roma ha deciso di spostare le bancarelle degli urtisti lontano dai monumenti, a causa di preoccupazioni per il decoro e la sicurezza. La decisione, presa sotto l’amministrazione di Ignazio Marino, ha portato a un trasferimento a San Pietro, dove però lo spazio disponibile era limitato. I venditori potevano lavorare solo pochi giorni al mese, riducendo significativamente i guadagni. «Essendo quasi 60 venditori, su un mese noi lavoravamo 10 o 15 giorni», spiega Giacomo. La decisione ha creato un forte impatto sull’attività, ma i cugini hanno continuato a lavorare, anche se con maggiore difficoltà. La famiglia ha ottenuto licenze e regolarizzazioni, ma il trasferimento ha rappresentato un passo indietro per la tradizione.
Il trasferimento a San Pietro ha ridotto i guadagni e ha messo in discussione la tradizione degli urtisti.
La sentenza del Consiglio di Stato, però, ha dato una possibilità di ritorno. Il tribunale ha accolto il ricorso degli operatori, sottolineando che Roma Capitale non aveva attivato alcun procedimento “partecipato” con gli interessati. La decisione ha disposto il temporaneo reinsediamento nelle postazioni originarie, ma il rischio è che la Soprintendenza possa mettersi di traverso. «Magari se la Soprintendenza comunale ti dice di sì, poi subentra quella di Stato che ti dice no», dice Giacomo, che teme un ulteriore rimpallo di responsabilità. Nonostante il ritorno, la famiglia non dorme sonni tranquilli: il lavoro è ancora in bilico e la situazione potrebbe cambiare in modo imprevedibile.
