La Cassazione conferma la condanna a 30 anni per Veronica Panarello
La Cassazione conferma la condanna a 30 anni per Veronica Panarello per l’omicidio del figlio Loris.

La Cassazione ha confermato la condanna a 30 anni di reclusione per Veronica Panarello, accusata dell’omicidio del figlio Loris Stival. La sentenza, emessa il 21 novembre 2019, ha rigettato il ricorso presentato dai legali dell’imputata, che era in carcere a Torino. La donna, originaria di Ragusa, è stata condannata in primo grado il 17 ottobre 2016 e la sentenza è stata confermata in Appello il 5 luglio 2018. La Corte d’Assise d’Appello ha sottolineato l’assenza di ravvedimento da parte di Panarello e la sua condotta processuale, che ha contribuito a aggravare la gravità del reato.
Le versioni contraddittorie della Panarello
Veronica Panarello ha fornito diverse versioni dei fatti nel corso del processo. Dopo la scomparsa del figlio Loris, avvenuta il 29 novembre 2014, la donna ha inizialmente raccontato che il bambino era morto in un incidente mentre giocava con le fascette da elettricista. Tuttavia, a novembre 2015, ha stravolto la sua narrazione, affermando che il figlio era morto in un incidente domestico. Passati tre mesi, il 11 febbraio 2016, ha rivelato una nuova versione, in cui ha indicato il suocero Andrea Stival come autore dell’omicidio.
Indagini e procedimenti legali
Andrea Stival, suocero di Veronica, è stato indagato per il caso, ma la sua posizione è stata archiviata. Intanto, per Veronica è stato aperto un altro procedimento per calunnia, che ha portato al processo fissato per il 26 novembre. La donna, tuttavia, ha continuato a negare di aver ucciso il figlio, nonostante l’autopsia avesse rivelato che Loris era stato strangolato con delle fascette di plastica.
La Corte d’Assise ha sottolineato la mancanza di resipiscenza da parte di Panarello e la sua condotta calcolata per occultare le tracce del delitto. I giudici hanno rilevato che la donna ha agito “scientemente e lucidamente, senza esitazioni di sorta, per sopprimere quella giovanissima vita da lei generata”. Inoltre, ha dimostrato l’assenza di ravvedimento subito dopo la commissione dell’orribile crimine, omettendo di attivarsi per salvare il figlio che era ancora in agonia.
La procura generale ha sottolineato che non esiste un nesso tra i tratti istrionici della personalità di Veronica e l’omicidio, ma ha rilevato l’elemento soggettivo del reato. Il pg Roberta Barberini ha chiesto di negare le circostanze attenuanti, sottolineando la gravità del delitto e l’occultamento del cadavere. La Cassazione ha accolto questa posizione, confermando la condanna a 30 anni di reclusione per Veronica Panarello.
La Cassazione ha rigettato la tesi difensiva che il delitto fosse stato commesso d’impeto, sottolineando l’elemento soggettivo del reato. La donna, che aveva tentato di manipolare le indagini chiamando in causa il suocero, non ha mai mostrato alcun segno di pentimento o di collaborazione con le autorità. La sua condotta, secondo i giudici, è stata deliberata e calcolata, con l’obiettivo di occultare le tracce del delitto e di depistare le indagini.
