Elizabeth Holmes e il documentario che la vede attraverso il vetro rigato
Il documentario You Can See Everything svela la verità impossibile di Elizabeth Holmes, la falsa profetessa della Silicon Valley.
Elizabeth Holmes, la “Steve Jobs al femminile” che un tempo prometteva di rivoluzionare la medicina con Theranos, è al centro del documentario You Can See Everything, un fenomeno al box office americano che racconta il declino di una figura che ha scosso la Silicon Valley. Il film, diretto da Lance Oppenheim e Nathan Fielder, non si limita a narrare la caduta di una falsa profetessa, ma si interroga su cosa significhi essere una visionaria, una truffatrice o semplicemente una persona che non riesce a comprendere il mondo come gli altri. Il documentario, che ha registrato 64,7 milioni di dollari tra Stati Uniti e Canada, si svela come un’opera che non si limita a documentare, ma si pone domande profonde su verità, fede e percezione.
Un gioco di parole che non ha mai capito
Un momento chiave del film è il confronto tra Holmes e Fielder, quando lui le fa notare che il suo slogan – “qualsiasi test diagnostico” – suonava come un’assurdità simile a un sketch di Gianni e Pinotto. Holmes, però, non si scompone, sostenendo che la sua frase fosse tecnicamente vera. Il momento è cruciale: il documentario smette di essere una cronaca e si trasforma in un gioco di specchi, in cui nessuno sa cosa significa “veramente reale”. Holmes, con i suoi capelli sempre un pizzico in disordine e un’aria di distacco, sembra non solo non capire il gioco di parole, ma non volerlo capire. Il suo atteggiamento è una sorta di fede cieca nella sua visione, una convinzione che non si scompone di fronte alle critiche.
La casa sulla spiaggia e il rapporto con Billy Evans
A trentaquattro giorni dal suo ingresso nel carcere federale femminile FPC, a Bryan, in Texas, Holmes invita Fielder e Oppenheim in un cottage anni Quaranta all’interno di una gated community sulla spiaggia di Del Mar, in California. L’invito è una sorta di sfida: “vedere tutto”, come dice il titolo del film. In questa casa, con due stanze nella casa principale e una guesthouse nel cortile, si svela un lato più umano di Holmes. Lei si prende cura della neonata, la culla dondolando con un piede, come se avesse visto un tutorial di La teta y la luna di Bigas Luna. Il rapporto con il compagno Billy Evans, erede del gruppo di hotel di lusso Evans Hotels a San Diego, appare complesso: lei è una madre, una moglie, una donna che si occupa di famiglia, ma anche una figura che si sdoppia tra truffatrice e visionaria.
La serie Hulu The Dropout, in cui Amanda Seyfried interpreta Holmes, è vista in famiglia, e il momento sembra essere un’altra prova del suo rapporto con il passato. AI nostri occhi, Liz si sdoppia: truffatrice corrotta o visionaria caduta in errore, linciata e raggirata dagli uomini? La risposta non è chiara, ma il film non cerca di dare una risposta definitiva. Al contrario, si pone domande, e le lascia aperte.
Un’interrogazione che non ha fine
Fielder suggerisce un’ipotesi inquietante: quella di una donna imbrigliata in un proprio linguaggio alieno, incapace di registrare il modo in cui le sue parole risuonano nella realtà degli altri. La fede cieca nella propria “trasparenza radicale” trova un appiglio nel commento del compagno: “Lei non sta mentendo; semplicemente pensa in modo diverso”. Holmes è una “vera credente”, una persona che crede in una verità basata sulla fede, impermeabile alla ragione. Con l’entrata in scena della stessa Seyfried e degli stessi produttori di A24, l’interrogatorio di Fielder diventa un rompicapo. Holmes ha trovato pane per i suoi denti: un comico che, come scrive Richard Brody del New Yorker, congegna un dramma che fa pensare a Diario di un ladro di Robert Bresson.
Il film non si limita a documentare, ma si pone domande profonde su verità, fede e percezione. Elizabeth Holmes è cinema, e lo sa bene Errol Morris, premio Oscar per The Fog of War, che nel 2015, quando Holmes era sulla copertina di Forbes, diresse gli spot di Theranos: lei immobile, gli occhi sgranati in macchina. In quell’occasione la intervistò per due ore con il suo Interrotron, un girato mai mostrato che oggi, a 78 anni, vorrebbe pubblicare integrale, senza montaggio, come ritratto di Elizabeth prima della caduta.
