Giovani madri e lavoro: il welfare che non sostiene la crescita

Giovani madri che rinunciano al lavoro: il welfare non supporta lo sviluppo economico e sociale.

Giovani madri che non lavorano a causa della mancanza di servizi, bambini e lavoro
Giovani madri che non lavorano a causa della mancanza di servizi, bambini e lavoro

Le giovani madri che rinunciano al lavoro rappresentano un fenomeno crescente e preoccupante, con conseguenze macroeconomiche e sociali significative. Tra gli under 34 che non studiano e non lavorano, il 59 per cento è costituito da donne, e il 49,4% di queste è madre. Questo dato, rilevato da un’analisi di genere del fenomeno Neet, mette in luce una profonda asimmetria tra uomini e donne nel contesto del lavoro e della formazione. La responsabilità non è solo loro, ma della politica, che non crea le condizioni per permettere loro di conciliare lavoro, famiglia e autonomia.

La cura come carico sociale

La maternità rende evidente una divisione di ruoli che non è solo una scelta individuale, ma un’organizzazione sociale che attribuisce la cura alle donne come funzione naturale, gratuita e inesauribile. Questo modello, purtroppo, non si adatta alle nuove dinamiche del mercato del lavoro e delle famiglie moderne. L’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) ha osservato che la scarsa disponibilità o l’eccessivo costo dei servizi per la prima infanzia induce molte donne a rimanere fuori dal mercato del lavoro.

La mancanza di servizi pubblici non è un problema individuale, ma strutturale.

Per favorire l’occupazione femminile, nidi, scuole a tempo pieno, assistenza domiciliare, strutture per le persone anziane e congedi parentali paritari non possono essere considerati solo come componenti benevole del welfare, ma come infrastrutture indispensabili per lo sviluppo economico e sociale. La loro assenza ha ricadute macroeconomiche importanti, che si traducono in mancata crescita, redditi persi e competenze sprecate.

Le conseguenze del divario

La diseguaglianza nel lavoro retribuito si trasmette ai redditi delle donne e delle famiglie, ma anche alle opportunità dei bambini, entrambi ambiti che determinano la crescita di un territorio e, con esso, di una nazione. I Paesi con infrastrutture più sviluppate per la genitorialità, come la Svezia, presentano tassi di occupazione femminile e livelli di competenze più elevati. In Italia, invece, il tasso di occupazione delle donne tra i 20 e i 64 anni era del 58 per cento nel 2025, rispetto al 71,3 per cento nell’Unione europea.

La politica non ha creato le condizioni per permettere alle donne di lavorare.

La responsabilità non è loro, ma della politica, che non ha creato le condizioni per liberarne il tempo, il lavoro e l’autonomia. I congedi parentali, se riservati solo alle madri, consolidano la divisione tradizionale dei ruoli e rendono le donne più costose o meno desiderabili per le imprese. Quando invece una quota consistente è riservata ai padri e non è trasferibile, la nascita di un figlio smette di essere considerata un rischio occupazionale solo femminile.

Un cambiamento necessario

Socializzare la cura non significa sottrarre bambini, anziani o persone fragili alle relazioni familiari, ma impedire che quelle relazioni producano inattività e dipendenza economica e consentire alle donne di lavorare, produrre reddito, versare contributi e partecipare pienamente alla vita civile. Non farlo costa di più: in termini di crescita, entrate fiscali, sostenibilità previdenziale e capitale umano disperso. I numeri del Rapporto Dedalo mostrano con chiarezza non soltanto il peso delle donne tra i Neet, ma anche le responsabilità sociali e politiche nascoste dietro la categoria indistinta dell’inattività giovanile. La rinuncia non è il risultato di una scelta, ma dell’assenza di alternative. Spostare la cura dalla solitudine delle donne alla responsabilità pubblica deve diventare una politica industriale, educativa e sociale, significa rimuovere gli ostacoli al pieno sviluppo della loro libertà.