Madre condannata per stalking dopo aver cercato i figli adottati: un abbraccio e un’azione di affetto diventano reati

Una madre è condannata a un anno e nove mesi per stalking dopo aver cercato i figli adottati. L’avvocato chiede un intervento del Presidente della Repubblica.

Una donna viene condotta in carcere per aver cercato i figli adottati, mentre i genitori li crescono senza procedimenti di adottabilità
Una donna viene condotta in carcere per aver cercato i figli adottati, mentre i genitori li crescono senza procedimenti di adottabilità

Un abbraccio e un’azione di affetto diventano reati

Una madre è stata condannata a un anno e nove mesi di reclusione per i reati di stalking e tentato sottrazione di minorenni. La sentenza, emessa da un tribunale, riguarda un episodio in cui la donna ha cercato di rivedere i propri figli, oggi adottati da un’altra famiglia. L’ordine di esecuzione della pena è stato emesso e non è stato sospeso. L’abbandono della libertà personale per un atto di affetto, come un abbraccio casuale o un’azione di contatto da lontano, ha suscitato profondo sdegno e interrogativi su come il sistema giudiziario possa distinguere tra una condotta persecutoria e un gesto di tenerezza.

La condanna ha suscitato indignazione per la sua severità, soprattutto considerando che la madre non ha mai agito con violenza né minacce. L’avvocato Francesco Miraglia, che ha presentato un ricorso, ha espresso preoccupazione per la proporzionalità della pena e ha sollevato dubbi sulla giustizia del sistema. Secondo lui, la madre non ha mai violato i diritti dei figli, ma ha semplicemente cercato di mantenere un legame affettivo.

La famiglia adottiva ha richiesto l’intervento dei Carabinieri

La vicenda ha origine da quattro episodi avvenuti nell’arco di circa due anni, tutti riconducibili al tentativo della donna di rivedere i propri figli, dichiarati adottabili e successivamente adottati da un’altra famiglia. Il primo episodio si è verificato casualmente nel centro di Roma, dove la madre si è imbattuta nei propri figli, che l’hanno riconosciuta immediatamente. Tra madre e bambini vi è stato un abbraccio spontaneo. Fu la famiglia adottiva a richiedere l’intervento dei Caranti. In seguito, la donna si è limitata a recarsi nei pressi della scuola frequentata dai figli con l’intento di poterli vedere da lontano. In due occasioni ha riuscito soltanto a rivolgere loro poche parole, dicendo quanto continuasse a voler loro bene.

La condotta della madre è stata interpretata come una forma di stalking, anche se non ha mai agito con violenza o minacce. L’interpretazione del reato ha suscitato dibattito, soprattutto considerando che la donna non ha mai violato i diritti dei figli, ma ha semplicemente cercato di mantenere un legame affettivo.

La famiglia Sinti e le domande sull’equità del giudizio

Un altro dato che non può essere ignorato è che questa è una famiglia Sinti. L’avvocato Miraglia ha espresso preoccupazione per il fatto che la madre possa essere giudicata in modo diverso rispetto ad altre famiglie. La questione sollevata riguarda la possibilità che i cittadini vengano giudicati sempre con gli stessi criteri. L’abbandono della libertà personale per un atto di affetto, come un abbraccio o un’azione di contatto da lontano, ha suscitato profondo sdegno e interrogativi su come il sistema giudiziario possa distinguere tra una condotta persecutoria e un gesto di tenerezza. La vicenda non riguarda solo il destino di una madre, ma la capacità del nostro ordinamento di distinguere tra una condotta persecutoria e un gesto di affetto. L’avvocato ha chiesto l’intervento del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, affinché questa vicenda venga attentamente valutata. La richiesta è rivolta a una riflessione profonda da parte delle istituzioni e dell’intera opinione pubblica.