Saman Abbas, la Cassazione conferma ergastolo per genitori e cugini, 22 anni per lo zio
Cassazione conferma ergastolo per genitori e cugini di Saman Abbas, 22 anni per lo zio. Omicidio per opposizione al matrimonio forzato.
Saman Abbas, la 18enne pachistana uccisa a Novellara nel 2021, ha visto confermate le condanne per i suoi cinque parenti, tra cui i genitori e i cugini, con ergastolo per i primi e 22 anni per lo zio. La Cassazione ha rigettato i ricorsi presentati in difesa, confermando la sentenza di secondo grado. L’omicidio fu motivato, secondo l’accusa, dall’opposizione della giovane a un matrimonio combinato e alla sua volontà di vivere una vita indipendente. La sentenza definitiva è arrivata dopo un lungo iter processuale che ha visto i cinque imputati contestare la correttezza delle motivazioni e delle procedure utilizzate.
La premeditazione e il clan familiare
Un aspetto chiave del processo riguardava la premeditazione, aggravante più pesante, che in primo grado era stata rifiutata ma in secondo grado aveva contribuito a ribaltare la posizione dei cugini. Secondo le difese, la Corte d’Appello aveva incorso in un «cortocircuito logico» parlando di una «premeditazione condizionata», dando per scontato ciò che doveva dimostrare. La difesa sosteneva che la Corte avesse utilizzato il «concetto sociologico di clan familiare» per presumere un’ideazione collettiva, violando il principio della personalità della responsabilità penale.
La Corte di secondo grado aveva sostenuto che l’omicidio fosse organizzato, ma subordinato al fatto che Saman avesse o meno perseguito la sua volontà di partire. La sua decisione di lasciare l’Italia, dopo un periodo trascorso in una comunità protetta, aveva scatenato il piano delittuoso. La difesa ha sottolineato che la Corte aveva dato per scontato il comportamento del clan, senza provare il concorso dei singoli imputati.
Il fratello minore e le dichiarazioni
Un altro tema al vaglio della Cassazione riguardava il fratello minore di Saman, 16enne all’epoca del delitto, che aveva rivelato ai genitori la chat della sorella con il fidanzato. Per la Corte di primo grado, il ragazzo era da indagare, mentre per la Corte di secondo grado era considerato testimone, e le sue dichiarazioni sono state alla base della decisione. Le difese hanno contestato la definizione di «testimonianza progressiva» data dalla Corte d’Appello, ritenendo che le dichiarazioni fossero il frutto di una «rimodulazione opportunistica del narrato».
Il fratello aveva collocato tutti e cinque i parenti sulla scena del delitto, contribuendo a far emergere la complicità del clan. La sua testimonianza, sebbene inizialmente considerata inattendibile, è stata ritenuta fondamentale per la ricostruzione del crimine. La Cassazione ha confermato che le dichiarazioni del ragazzo, pur se inizialmente contestate, hanno svolto un ruolo chiave nel processo.
La sentenza definitiva, arrivata dopo un lungo e complesso iter, conferma l’ergastolo per i genitori di Saman Abbas, Shabbar Abbas e Nazia Shaheen, e per i cugini Ijaz Ikram e Noman Ul Haq. Lo zio Danish Hasnain è stato condannato a 22 anni di reclusione. La decisione è arrivata dopo che la Cassazione ha rigettato i ricorsi presentati in difesa, ritenendo che non ci fossero vizi di forma o di motivazione nella sentenza di Appello.
La sentenza conferma l’organizzazione del delitto e la premeditazione. La Corte ha ritenuto che l’omicidio fosse stato messo in atto da un clan per vendicare l’onore ferito da una giovane donna che voleva stabilire da sé come vivere e chi amare. La difesa aveva contestato la correttezza delle motivazioni e delle procedure utilizzate.
