La scuola al servizio del mercato: Burnham e Valditara in una stessa storia
La scuola al servizio del mercato: un confronto tra Burnham e Valditara.

Un’idea di scuola al servizio del mercato
La scuola, come strumento di formazione e di inclusione sociale, ha sempre svolto un ruolo cruciale nella società. Tuttavia, negli ultimi decenni, si è assistito a un’evoluzione nella sua funzione, con un’attenzione crescente al mercato del lavoro e alle esigenze delle imprese. Questo fenomeno, che ha trovato espressione in politiche educative in diversi Paesi, ha portato a una visione della scuola come mezzo per produrre forza lavoro qualificata, piuttosto che come luogo di formazione di cittadini critici e autonomi. Il caso del laburista britannico Andy Burnham e del ministro italiano Valditara rappresenta un esempio significativo di questa tendenza, con un’architettura ideologica simile ma con contesti diversi.
La scuola non è più un luogo di formazione universale, ma un mezzo per selezionare e canalizzare i giovani in base alle esigenze del mercato.
Un’ideologia della professionalizzazione
Negli anni Ottanta, in Italia e in Inghilterna, si affermò l’idea di una “professionalizzazione” della scuola, che mirava a allineare l’istruzione al mercato del lavoro. In Inghilterna, il successo elettorale di Margaret Thatcher portò a una riforma del sistema educativo volta a ridurre il ruolo della scuola pubblica e a privilegiare la formazione tecnica. In Italia, invece, il tentativo di riforma unitaria della secondaria, iniziato nel 1970 con il convegno di Frascati, naufragò in parlamento nello stesso anno in cui Margaret Thatcher vinse le elezioni. Questo segnò un momento di svolta, con i socialisti e i comunisti che iniziarono a allinearsi all’idea che inseguire le richieste del mercato fosse sinonimo di modernizzazione.
La riforma tecnica, come quella proposta da Burnham e da Valditara, si basa su un’emergenza: troppi ragazzi non studiano né lavorano, troppo mismatch tra formazione e mercato. La riforma tecnica arriva mentre le scuole inglesi devono trovare 460 milioni di sterline di tagli, e i sindacati pur non ostili all’impianto avvertono che senza investimenti «andrà a sbattere». Un compatto fronte che da sinistra e destra cerca di inventarsi una retorica orwelliana – selezione, canalizzazione, meritocrazia, eccellenza – per legittimare le disuguaglianze.
La questione vera, come ha sottolineato Michael Apple negli anni Ottanta, è che le scelte curricolari sono sempre scelte di potere, mai questioni tecniche. Quando un ministero, sia in Inghilterra che in Italia, dice che la scuola deve «rispondere ai bisogni delle imprese», non sta descrivendo una necessità neutra: sta scegliendo quale sapere conta e quale viene squalificato, chi decide l’orientamento e chi lo subisce. La scuola, in questo senso, non è più un luogo di formazione, ma un mezzo per produrre forza lavoro qualificata, in un mercato che non sempre è in grado di offrire opportunità a tutti. La riforma tecnica, quindi, non è solo una questione di politica educativa, ma una scelta di potere che definisce chi è considerato degno di apprendere e chi no.
