Lingua e identità in guerra: tra ucraino e russo, il dilemma di chi parla
Dopo 4 anni di guerra, il dibattito sulla lingua in Ucraina rimane acceso: tra identità, resistenza e giudizio sociale.

Da Odessa a Kiev, la lingua è diventata un tema di dibattito acceso dopo oltre quattro anni di guerra. Tra nostalgia, bisogni pratici e boicottaggi, molti ucraini si trovano a dover scegliere tra due identità: quella ucraina e quella russa. La lingua, spesso considerata parte integrante della cultura e della storia, è diventata un simbolo di appartenenza e, per alcuni, una forma di resistenza. «Non giudicateci», dice una donna originaria di Odessa, riferendosi al giudizio che spesso si accompagna al parlare russo in contesti pubblici.
Identità e resistenza: il dilemma linguistico
Per molti ucraini, il russo è associato all’aggressione subita e alla presenza occupante. «Ho sempre parlato russo, anche con la mia famiglia. È la lingua della mia infanzia e voglio continuare a usarla anche fuori casa. Questo però non significa che io non sostenga l’Ucraina», racconta Anastasiia, 25 anni, originaria di Odessa. Per lei, parlare russo non implica fedeltà alla Russia, ma semplicemente il mantenimento di una tradizione. Al contrario, per Nataliia, insegnante di 27 anni, il passaggio all’ucraino è una forma di resistenza. «Non voglio avere niente in comune con chi ha ucciso il nostro popolo», dice. Per lei, l’ucraino è parte della storia, della cultura e dell’identità.
La lingua non è solo un mezzo di comunicazione, ma un simbolo di appartenenza e resistenza. Per molti, il russo è visto come un elemento di estraneità, un segno di appartenenza a un’identità che non è più accettata. Tuttavia, per altri, il russo è una lingua di famiglia, una parte della loro vita quotidiana. «Con mia mamma e mia sorella, che sono all’estero, il russo è ancora l’unico modo per capirci», spiega Ihor, 20 anni, originario del Donetsk. Per lui, il russo è una necessità, ma non un simbolo di fedeltà.
Un simbolo di divisione e di conflitto
La lingua è diventata un simbolo di divisione, ma anche di conflitto interno. «Non mi piace andare a Ovest perché lì ci giudicano e ci insultano quando ci sentono parlare russo», racconta Anastasiia. Per molti, il russo è visto come un elemento di estraneità, un segno di appartenenza a un’identità che non è più accettata. Tuttavia, per altri, il russo è una lingua di famiglia, una parte della loro vita quotidiana. «Con mia mamma e mia sorella, che sono all’estero, il russo è ancora l’unico modo per capirci», spiega Ihor, 20 anni, originario del Donetsk. Per lui, il russo è una necessità, ma non un simbolo di fedeltà.
La lingua non è solo un mezzo di comunicazione, ma un simbolo di appartenenza e resistenza. Per molti, il russo è visto come un elemento di estraneità, un segno di appartenenza a un’identità che non è più accettata. Tuttavia, per altri, il russo è una lingua di famiglia, una parte della loro vita quotidiana. «Con mia mamma e mia sorella, che sono all’estero, il russo è ancora l’unico modo per capirci», spiega Ihor, 20 anni, originario del Donetsk. Per lui, il russo è una necessità, ma non un simbolo di fedeltà.
Nelle grandi città dell’est e del sud, il russo era una lingua di prestigio sociale, mentre l’ucraino era spesso associato al mondo rurale. Con l’invasione russa, questa dinamica è cambiata. «La lingua del nemico» è diventata un tema di boicottaggio, sia in contesti sociali che quotidiani. Tuttavia, per molti, il russo non è scomparso, ma ha perso il suo significato sociale. «Il russo non è scomparso, ma il suo significato nello spazio pubblico è profondamente cambiato», spiega Nataliia. La lingua, quindi, non è più solo un mezzo di comunicazione. È diventata una scelta, una costrizione, un simbolo di appartenenza e, per molti, una forma di resistenza. Tra nostalgia e identità, tra passato e presente, il dilemma linguistico rimane aperto, ma sempre più intenso. La lingua, in questo contesto, è una voce, una difesa, una storia. E per molti, è anche una forma di resistenza.
