La lezione di Manganelli sulla sicurezza e l’autonomia delle istituzioni

L’articolo esplora come la scelta di personale basata sul merito e l’autonomia professionale possa rafforzare le istituzioni.

Un gruppo di poliziotti e funzionari discutono strategie di sicurezza in un ufficio governativo
Un gruppo di poliziotti e funzionari discutono strategie di sicurezza in un ufficio governativo

La lezione di Antonio Manganelli, ex Capo della Polizia, sta lentamente affievolendosi, ma il suo insegnamento rimane un punto di riferimento per il funzionamento delle istituzioni democratiche. Dopo il G8 di Genova, il sistema di gestione della sicurezza pubblica fu radicalmente rivisto: si passò da una gestione basata sull’emergenza a una strategia di dialogo e gestione, con un focus su formazione e intelligenza operativa. Questo cambiamento fu un passo avanti per un Paese che aveva bisogno di un approccio più professionale e meno politicizzato. Oggi, però, quel modello sembra essere in declino, con una crescente interferenza della politica nelle decisioni tecniche e una riduzione dell’autonomia delle autorità di sicurezza.

La scelta del merito e l’autonomia professionale

La lezione di Manganelli si basa su un concetto chiave: il merito deve guidare la scelta delle persone che gestiscono le funzioni più delicate. Questo non significa solo selezionare i migliori, ma anche permettergli di esercitare le proprie competenze senza condizionamenti. La Polizia, grazie a questa filosofia, recuperò autorevolezza e fiducia, diventando un’istituzione apprezzata. La differenza tra un sistema che sceglie i migliori e uno che privilegia l’appartenenza o l’utilità contingente è enorme. Il primo cresce lo Stato, il secondo lo impoverisce.

La qualità delle persone è il fondamento del potere istituzionale.

La politica, però, si è spostata verso un modello in cui le decisioni tecniche vengono influenzate da pressioni esterne, riducendo l’autonomia professionale. Questo crea un circolo vizioso: quando le scelte operative diventano un terreno di scontro politico, la qualità delle decisioni si riduce, e con essa la fiducia nel sistema. La conseguenza è un progressivo impoverimento della classe dirigente, con talenti che scelgono di andarsene in cerca di ambienti più liberi e meno condizionati.

Un meccanismo pericoloso: l’interferenza politica

Il problema non riguarda solo la scelta delle persone, ma anche il rapporto tra politica e amministrazione. Il criterio per scegliere i vertici non è più la competenza, ma la loro utilità per gli equilibri del sistema. Questo meccanismo, pur sembrando semplice, è pericoloso. Chi viene scelto per rassicurare il sistema tende a preservarlo, rinunciando a una piena libertà nelle proprie scelte. La conseguenza è una riduzione della capacità critica e innovativa, con un aumento dell’improvvisazione e una gestione dei fenomeni che si basa più sull’emergenza che sulla prevenzione.

La politica non dovrebbe influenzare le decisioni tecniche.

La lezione di Manganelli ci ricorda che l’autorevolezza dello Stato nasce non solo dalla sua capacità di comunicare, ma soprattutto dalla qualità delle persone che lo rappresentano. Quando si rinuncia a questa filosofia, si perde non solo la fiducia, ma anche la capacità di governare in modo efficace. La sicurezza, come ogni altra funzione pubblica, richiede un approccio basato su competenza, autonomia e meritocrazia. Solo in questo modo si può costruire un sistema che non si indebolisce, ma si rafforza con il tempo.